Murphy era un ottimista

febbraio 5th, 2010 § 0

In questa fottutissima giornata contraddistinta da una copiosa bufera di neve, ho deciso di sposare senza ripensamenti alcuni corollari della Legge di Murphy, diventando filosofo maximo della sua gargantuesca dottrina.

Lavorando a Milano infatti, il mio destino sarà quello di trascorrere buona parte del mio venerdì sera rinchiuso in ufficio: guardando fuori dalla finestra il mondo pare paralizzato, salvo i segnali vitali dettati dall’encefalogramma in surround dei clacson, programmati in loop continuo dal regista supremo del tutto.

Siccome Murphy era un inguaribile ottimista, ho sviluppato altri postulati, partendo da alcune sue categorie e dal mio stream of consciousness. Seguitemi: vi condurrò in questo breve viaggio alla conquista del disordine nella confusione.

Sappiamo che se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima a farlo. Quindi sorridete, tanto domani sarà peggio. Se infatti siete di buon umore, non vi preoccupate. Vi passerà.

Se poi quando piove, diluvia, e quando è impossibile che piova, grandina, allora quando c’è il sole, arriva la tormenta di neve. E quando una circostanza – sia essa climatica o di qualsivoglia genere - non può andar peggio di così, lo farà. Esempio: l’era glaciale deve ricominciare proprio all’inizio del weekend.

Se poi vi pare che le cose sembrino andar meglio, c’è qualcosa di cui non state tenendo conto. Esempio: ha smesso di nevicare? Ricomincerà appena deciderete di uscire in macchina, oppure davanti a voi si sono tamponati in sette a dieci chilometri orari, o ancora la vostra macchina ha dei problemi e vi lascia a piedi.

Infine, ricordate che il numero di perturbazioni in arrivo è direttamente proporzionale all’importanza dell’attività che avete in programma. Del resto, per antonomasia, quando si investiga l’ignoto non si sa mai cosa diavolo si trova.

Inno all’odio

gennaio 4th, 2010 § 2

A qualcuno devo confessarlo. Mi sto portando dentro da qualche tempo un pesante fardello, una di quelle cose che oggi suscitano scalpore e ti fanno diventare il caso umano: avete presente il tizio che sta di schiena col dito puntato? Ecco, proprio lui.
Siete pronti?
…Sì insomma…
Sono uno che odia.

Ora che sono riuscito ad aprirmi e a gridare questo abominio, voglio farmi psicanalizzare. Aiutatemi voi. So che questo sentimento non è sopportato né tantomeno tollerato da questo governo di gentili, educate e brave persone, ma è più forte di me. Non riesco ad apprezzare ed amare tutti quanti, e nemmeno a restare indifferente di fronte al teatrino che va avanti da ormai più di vent’anni.

Sono un mostro.
Sì, lo so, sono un terrorista della democrazia. Dovrei vergognarmi? Dovrei costituirmi alla polizia o ad una ronda padana? Dovrei seguire un corso di riabilitazione sociale? Dovrei fare una cura di pane, mediaset, Giornale e Libero? Dovrei andare a confessare tutto ad un prete? Aiutatemi.

«È in atto una campagna d’odio contro di me, il fascismo e l’Italia.»
—Benito Mussolini, 1932

Odio chi abusa dell’ignoranza e della credulonità popolare, della democrazia e delle istituzioni pubbliche. Odio chi governa attraverso la corruzione. Odio chi, tramite i media, altera la realtà cambiandone la percezione e plagia menti e coscienze manipolandole. Odio i servi dell’informazione e del padrone. Odio i mafiosi e chi li frequenta abitualmente. Odio chi rincretinisce, lobotomizzandoli, i cervelli più labili e deboli, mediante una propaganda in stile Goebbels. Odio le leggi ad personam, odio chi le suggerisce, le scrive, chi le approva. Odio chi, per conservare il proprio posticino al caldo, scende a qualsiasi compromesso. Odio chi, dall’alto del trono e del potere, si comporta costantemente da vittima per creare consenso. Odio chi esercita il proprio potere cavalcando le paure, la stupidità delle masse e il populismo più bieco, generando sempre più ignoranza, il fine comune e di comodo per tutti i politici italiani. Odio chi vive di inganni e mette sullo stesso piano dissenso e violenza.

Odio chi da decenni tiene bloccato il paese per qualche graffio sul cerone, per due dozzine di processi, per lodi, ruberie, holding, capitali esteri, evasione, condoni e chi più ne ha più ne metta (come il giudice). Odio chi si rivolge ai magistrati che indagano sui colletti bianchi appellandoli come “cancro da estirpare”. Odio chi si riempie la bocca di frasi fate e d’impatto, di slogan da recitare fino alla nausea, chi parla di mandanti morali indicando fantomatici terroristi mediatici. Odio chi da sempre insulta, grida, sfotte, fornisce epiteti di ogni genere, chi ha portato la volgarità e lo squallore della società a livelli altissimi, chi demonizza e fa la vittima della demonizzazione. Odio la finta opposizione, i vigliacchi e le riforme condivise. Odio chi criminalizza qualsiasi opinione diversa dalla sua. Odio chi nasconde, insabbia e manipola le notizie. Odio chi lascia fare.

Odio chi definisce criminali i pochi giornalisti liberi e i comici, ma permette che mafia e camorra vadano a braccetto con la politica. Odio chi da sempre scarica la colpa su qualcun altro, non assumendosi mai la responsabilità di niente. Odio chi ha cancellato la politica ed ha introdotto il tifo, la fiction e la pubblicità propagandistica costante per istinto di autoconservazione. Odio i prepotenti, gli ipocriti e i venduti, che con la loro faccia tosta ti danno una lezione quotidiana di morale italica. Odio chi ruba e si è fatto rubando ma grida al giustizialismo. Odio chi denuncia il clima d’odio - creando un concetto facilmente reiterabile per tutte le età - facendo finta di non ricordarsi quanto odio ha sparso e seminato, e di non conoscere i motivi di cotanta indignazione. Odio chi mercifica il corpo delle donne per vendere perle ai porci. Odio le donne che si prestano a tutto pur di arrivare, penalizzando loro stesse e tutto il paese. Odio chi, fingendo di mostrare amore, istiga all’odio, proponendosi come titolare unico e imprescindibile dei sentimenti buoni. Odio chi trasforma i più forti e vividi sentimenti umani, come l’amore e la libertà, in categorie politiche. Odio i razzisti. Odio chi ci fa vergognare di essere italiani, ma poi ci chiama antitaliani.

«Gli ebrei alimentano una campagna d’odio internazionale contro il governo. Gli ebrei di tutto il mondo sappiano: questo governo non è sospeso nel vuoto, ma rappresenta il popolo tedesco.»
—Adolf Hitler, 1933

Li odio, li ripudio e continuerò tranquillamente ad odiarli e ripudiarli, perché sono padrone della mia testa, del mio cuore e della mia coscienza. E non sono molte le persone a poterlo dire, figuriamoci scriverlo.
Del resto non sono più un bambino di 11 anni, per questo credo ancora di rivolgermi ad un pubblico adulto e maturo, che a babbo natale ha smesso di crederci da un bel pezzo. Vivo in un paese dove il capo supremo del proprio partito, detentore di praticamente tutti i mezzi di comunicazione nazionali, governa a piacimento legiferando per sé stesso, ma si lamenta delle manifestazioni di dissenso, delle contestazioni e della personalizzazione delle obiezioni che riceve.

Già, ma chi ha inventato la personalizzazione e la leaderizzazione della politica in Italia? In quale paese l’inno di un partito si intitola “meno male che XXX c’è”? Come può una persona simile pretendere di essere amato e di applicare la categoria dell’amore alla politica? Nemmeno i dittatori pretendono di essere amati come lui. Se introduci tutte queste belle cose, alla fine è normale che chi non ti apprezza se la prenda più con te che con gli altri scagnozzi. Vi svelo un altro segreto: il cosiddetto centro-destra, il pdl, è Berlusconi; di fatto non esiste una coalizione, si fa quello che dice lui e finita lì. Viene sempre eletto lui, non esiste alcuna discussione all’interno di quel coso che chiamano partito; esiste solo devozione e amore sconfinato verso il capo, perché grazie a lui decine di viscidi esseri incapaci hanno potuto fare carriera e distruggere un paese, generazioni, futuro e compagnia bella.

Chiunque viene fischiato e contestato, in tutto il mondo. Quando Prodi veniva fischiato dalle claque pagate ed inviate dal centro destra, nessuno diceva vegogna. Gli stessi angeli che ora sono ministri, affermavano che se mortadella, altro termine sinonimo dell’amore sconfinato, veniva fischiato…qualche motivo c’era, no? Purtroppo però queste cose non le ricorda mai nessuno, tanto che sembra che l’unica vittima sia Berlusconi. In realtà è giusto che chiunque possa manifestare il proprio dissenso civilmente o che un potente venga fischiato; anche i tenori alla Scala vengono fischiati, se fanno schifo.

«Gli antiberlusconiani irriducibili sono i migliori alleati di Berlusconi”, spiega Luciano Violante in un’intervista. Loro sì che sanno come si sconfigge un avversario così anomalo: sedendosi di nuovo al tavolo delle riforme condivise.»

È ipocrita pensare che si possa vietare alla gente di odiare. L’importante è che nessuno vada in giro ad istigare violenza o ad uccidere, per questo esistono già delle leggi da far rispettare. Uno a casa sua odia chi gli pare: è impossibile che ci stiano simpatici tutti. Mi sembrano discorsi talmente sciocchi ed infantili, che solo il target dell’elettorato berlusconiano (paragonato ad un bambino di 12 anni, ricordiamolo) può ricamarci sopra slogan e senso d’appartenenza. Del resto, loro sono il partito dell’amore.

Non possiamo mica pensare che siamo tutti bambini o deficienti, ognuno ha le proprie idiosincrasie: qualcuno ci starà simpatico, altri no. Ma nessuno va in giro a prendere la gente a duomate in faccia, e se qualcuno lo fa si assume le responsabilità del proprio gesto.
Di cosa stiamo parlando, quindi?

Quest’anno ho fatto l’albero

dicembre 16th, 2009 § 0

È giunto il momento delle feste, presto sarà Natale. Come sempre non mi sono accorto di nulla, tanto che non ho avuto nemmeno tempo o voglia di pensare a quella sorta di prurito fastidioso che mi causa questa ricorrenza.

Non percepisco più questo tipo di artificialità, ragiono sulla fiducia nelle persone e sono in preda ad un relativismo nichilistico di fondo su cui devo ancora prendere una decisione.
Al diavolo, facciamola breve: sono troppo complicato.

Sta di fatto che è giunta l’ora del famigerato «Post sotto l’Albero 2009», una fortunatissima tradizione lanciata da quel geniaccio del Sir (Squonk). Quest’anno anche io ho fornito il mio contributo, nel senso che potete trovare il mio post a pagina 54 del pdf. Scaricatelo, che all’interno ci sono i pensieri e gli scritti di molti blogger – prima di tutto persone – interessanti, soprattutto se li leggi.

Come spiega il Sir, siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni. L’impaginazione è rustica, dal sapore antico, un po’ incerta e con qualche refuso, ma è unica nel suo genere. C’è dentro quel gusto di vissuto che allieterà le vostre permanenze nel bagno di casa o le fredde serate invernali, mentre sgranocchierete noccioline e farete indigestione di pandoro con la crema.

Ogni autore del Post sotto l’Albero racconta un pezzo di sé, facendovi riannusare il tanto agognato Spirito natalizio. Quello che non ho più da quella notte di Natale in cui rimasi solo in mezzo alla neve fino alle 3 di notte, in silenzio, a guardare la Luna piena e a farmi domande a cui nemmeno il Futuro saprebbe rispondermi.

links for 2009-12-04

dicembre 4th, 2009 § 0

  • L'immigrazione clandestina fa paura. Otto italiani su dieci la guardano con preoccupazione: la percentuale più alta in occidente. Con i regolari, invece, le cose cambiano: il 53% degli italiani è favorevole a estendere il diritto di voto amministrativo agli immigrati col permesso di soggiorno. A misurare gli orientamenti dell'opinione pubblica italiana è il secondo rapporto "Transatlantic Trends: Immigration" curato, tra gli altri, dal German Marshall Fund of the United States e dalla Compagnia di San Paolo di Torino. Gli italiani pensano che i cittadini stranieri in Italia siano il 23% della popolazione complessiva (invece sono circa il 6%). Non solo. Il 49% considera l'immigrazione più un problema che una risorsa e il 77% addossa agli irregolari la colpa dell'aumento della criminalità.
    Tutto ciò è dovuto alla costante e falsa propaganda gridata da questo governo. Si tratta del cosiddetto problema di "percezione" di una realtà che non esiste.

L’HIV uccide, ma anche il silenzio: World AIDS Day 2009

dicembre 1st, 2009 § 1

World AIDS Day 2009

Fa sempre meno notizia, ma non per questo meno morti. In 27 anni, l’AIDS ha contagiato sessanta milioni di persone e ne ha uccise ben venticinque milioni. Si parla del bilancio del virus più letale della storia recente dell’uomo. Altro che influenza suina: a proposito, non vaccinatevi.

Come l’anno scorso, l’anno prima e via dicendo, mi sento di scrivere ma soprattutto ricordare che l’1 dicembre è il World AIDS Day. Non si festeggia niente, ma più semplicemente è un giorno importante in cui si dovrebbe informare con più decisione, spiegando soprattutto ai più giovani che l’AIDS non riguarda soltanto gli altri.

Succede che negli anni ‘80, dopo il primo caso stimato nel 1981, la malattia viene vista come roba “da froci”. Negli anni ‘90, nonostante i numerosi casi negli etero, rimane sempre “roba da froci”. E oggi, sempre secondo l’opinione pubblica e la gente comune, il virus dell’HIV riguarderebbe soltanto i gay. Ma non è così, come spiega il mio caro amico Gatto Nero in questo ironico (ma serio) speech presentato “all’Erotic Camp Hard” durante la BlogFest: a differenza di quanto si creda infatti, la maggior parte dei malati o dei sieropositivi è etero. Guardate il filmato, perché sicuramente non eravate a conoscenza dei dati presentati.

Se nei paesi occidentali, grazie alle cure moderne, la speranza di vita di un sieropositivo si allunga di qualche decennio, così non avviene nel continente africano, luogo in cui c’è ancora un’ecatombe di morti. Spesso bambini. Come se non bastasse, 1 italiano su 4 non sa di essere sieropositivo (se ne infetta 1 ogni 2 ore): disinformazione, comportamenti a rischio e menefreghismo verso il prossimo le principali cause. Tanto succede sempre agli altri, no?

Fate il test. Donne, datela via, ma usate la testa. E voi maschietti usatelo. Ma usate anche il preservativo. Mettetevelo, dannazione.
Non vale la pena rischiare la vita per quei vostri simpatici due minuti di gloria: è meglio venire prima, piuttosto che morire dopo.

PS: la mia amica Markettara vi invita tutti all’evento per la lotta contro l’AIDS; giovedì 3 a Milano, decine di persone entreranno simbolicamente in un megapreservativo per far sì che sempre più persone prendano coscienza di questo grave problema sociale ed umanitario.

Il marketing del crocifisso (prima parte): il cristianesimo è morto, ma i cristiani non lo sanno

novembre 30th, 2009 § 2

Per una volta sono d’accordo con Filippo Facci. A doverci dare delle spiegazioni sono coloro che vogliono mantenere l’obbligo (che formalmente non esiste) del crocifisso, e non viceversa. Anche perché partono da presupposti sbagliati e totalmente fuorvianti, chiamando in causa tradizioni che tali non sono. Al solito viene fatta una gran confusione che va ad annichilire tutto il resto.

Le origini. Il famigerato crocifisso fu di fatto reso obbligatorio nel momento in cui Mussolini (con Pio XI) dispose che quella cattolica era la religione dello Stato, quando cioè il concordato fornì una base giuridica al potere temporale. In realtà poi nel 1948 la Costituzione sancì l’uguaglianza delle religioni di fronte alla legge, fino alla nota revisione del Concordato nel 1984: da quel momento l’Italia sarebbe uno stato perfettamente laico, quindi ogni simbolo (“simbolo” non è il termine esatto nel caso della religione cattolica, ma ne parlerò più avanti) religioso dovrebbe avere i diritti di ogni altro.
Chiunque non sia acciecato da un integralismo bigotto o ottuso, converrà con me nell’affermare che in linea di massima l’obbligo del crocifisso presto o tardi sparirà, così come verrà eliminata l’ora di religione e il diritto (politico) delle chiese cattoliche di scampanare come altre non possono fare. In altre parole, prima del prossimo secolo e con un minimo di ottimismo, il diritto dovrebbe guidare il definitivo processo di laicizzazione dello Stato italiano, cosa che perlatro la Corte di Cassazione ha già spiegato il 15 dicembre 2004: non esiste nessuna legge che imponga la presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici.

La sentenza non è una vittoria. La corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha parlato chiaro. E anche se ovviamente la sentenza non verrà applicata né tantomeno rispettata, è sintomatica. Vuoi appendere il crocifisso? Liberissimo di farlo, ma nella tua macchina e vicino all’arbre magique. In strada non ci sono crocifissi, perché devono esserci in un edificio pubblico? Perché fino all’altro ieri tutti ignoravano la presenza del crocifisso, che nelle scuole non c’è più da tempo (manca il materiale per fare lezione, soldi per pagare gli insegnanti o comprare la cartaigienica, figuriamoci per il crocifisso), ma oggi i politici parlano di tradizione, simbolo, sacrilegio? Che forse sia la solita tiritera propagandistica? Sì. Lo testimonia il fatto che a poche ora dalla sentenza della Corte Europea, Berlusconi si sia fatto fotografare con una enorme croce tra le mani, così tamarra che manco Fabrizio Corona riuscirebbe ad appendersela al collo.
Ma diciamo subito che nessuno vince per ora, perché la battaglia è ancora lunga. Altrimenti stabiliamo che io, musulmano/ebreo/induista, ecc…, appendo il mio simbolo. Ecco, sarebbe bello lasciare la libertà di scelta e non imporre nulla con la forza, come da sempre hanno fatto i cattolici. Mi duole così ricordare che se siamo diventati un paese schifoso lo dobbiamo anche ai cattolici. Per questo nel 2009 c’è ancora gente che parla di vietare l’aborto, per fare un esempio.

“Aspetta Alessà, ma ci sono problemi più gravi!”. Progredire vuol dire liberarsi dalle imposizioni che presuppongano l’esclusiva tutela di poche elite che possono così puntare solo sul proprio istinto di autoconservazione. Il problema però è che in Italia, secondo l’opinione pubblica *influente* (non la maggioranza quindi, quanto piuttosto chi ha la voce più forte), sussiste l’equazione italiano=cattolico, secondo la quale tutti gli italiani sono cattolici/credenti.
Ma non è così.
È semplicistico affermare che questo non sia un problema così fondamentale per il paese. La questione va posta nell’ottica del “passo” verso uno stato laico, più civile e di conseguenza libero. Sul piano giudiziario, la fame, il lavoro e quant’altro vengono sempre prima dei diritti, ma senza diritti (es: laicità) prima o poi arrivano a togliere anche tutto il resto. In altre parole, va bene la panza piena, ma non la testa vuota. Perché i simboli, con la totale identificazione in essi, hanno mutato profondamente la storia.
Quello che non passa come sempre è che il caos generato derivi esclusivamente dall’interesse verso il serbatoio di voti rappresentato dai cattolici. Perché così facendo il crocifisso verrà utilizzato e inchiodato nei programmi politici di pdl, lega e udc. Ci troviamo in un contesto nel quale nessuno vuole scoperchiare questo benedetto vaso crociato, spiegando che i cattolici sono una (potente) minoranza. Molti credenti (facciamo praticamente tutti) se ne sbattono dei precetti della chiesa (idem i politici promotori dei family day, che tra poco organizzeranno i puttan tour credo) e probabilmente sarebbero comunque d’accordo nel fare qualche passo verso una laicità o uno stato civile moderno in cui la chiesa non interferisca troppo con la nostra vita.

“Eh ma prova tu ad andare in un paese islamico a dire una cosa del genere!”. Questa è l’unica e nota obiezione che il leghista medio (quelli degli slogan inferiori alle 7-8 parole, che poi diventano complessi) o il forzitaliota geneticamente modificato riescono a ponderare. E la mia risposta è la seguente: scusate, noi dovremmo ambire ad essere una teocrazia musulmana rivisitata in chiave cattolica? A quanto pare sì.
Mi spiego. Secondo la maggior parte dei politici paraculi, la sentenza UE offenderebbe le nostre tradizioni. Ovviamente è una cazzata. Altrimenti, sì, reagiamo, visto che la croce (sempre secondo i più) è un “simbolo della nostra cultura”. Ma allora appendiamo in aula anche la pizza.
La scuola pubblica deve rappresentare lo Stato, che è e dovrebbe essere laico. In una scuola pubblica i cosiddetti “valori” storici, culturali o di qualsiasi altro genere non vanno estromessi, ma piuttosto diffusi e trasmessi criticamente, di certo non inchiodati o venerati.
Ma da oggi, guai a chi tocca Gesù a scuola. Il problema è che quando si parla di crocifisso, quindi del famoso non-simbolo, c’è anche dell’altro. Perché se proprio vogliono considerarlo tale, tenderei a ricordare che un simbolo si porta dietro tanti altri significati o letture, quali: il diritto alla morte negato, la fecondazione assistita o ostacolata, la ricerca scientifica bloccata, l’omofobia, la sessuofobia, i finanziamenti di stato, il crimen solicitationis, l’infallibilità del papa, la pedofilia, i soldi, le streghe, ecc. Tutti retaggi di un passato (o presente, in alcuni casi) che hanno fondamenta nelle scritture, nelle gerarchie ecclesiastiche e in un sistema di potere che rimanda ad una sola origine, divina e insindacabile. Che quindi non può e non deve stare in un edificio pubblico.

Perché il crocifisso non può essere un simbolo. Mettere un segno religioso in luoghi pubbblici, ergo dello Stato, cozza parecchio con la sua laicità: lo Stato non è e non deve essere un confessionale, di conseguenza non si dovrebbero apporre simboli confessionali, tutto qui.
Che piaccia o meno, il crocifisso è un simbolo esclusivamente religioso, e la storia dell’Italia non è la storia del cattolicesimo. E innegabile parlare delle nostre radici cattoliche, ma è anche forzato. Perché allora le radici le abbiamo anche più indietro. Greche, romane, arabe, illuministe, risorgimentali, liberiste, normanne, spagnole, fasciste, comuniste, e infine anche cattoliche. Ma questo cosa c’entra con il crocifisso nelle aule? Chiedetelo a Formigoni.
Il crocifisso non può e non fa parte della cultura laica, e dire che fa parte di quella italiana è una bella forzatura. In Palestina forse, non qui. Io per esempio non mi riconosco assolutamente nel crocifisso e nel cattolicesimo.
Ma veniamo al vero motivo per cui il crocifisso non debba stare nelle aule. Per prima cosa, perché «fuori da quelle aule non c’è nessun crocifisso. E non mi riferisco ai muri. Perché voi state cercando di appendere ad un muro qualcosa che non avete più dentro. Mi riferisco alle persone. Non ci sono i cattolici. Ed è per questo che quel pezzettino di legno non significa più nulla.»
Di colpo i cristiani si sono svegliati ricordandosi che vogliono quell’oggetto lì all’interno delle aule perché ritengono che quel pezzo di legno sia la loro religione. Ed ecco la prima incredibile caduta: i credenti del 2009 non sanno minimamente che solo attivando questo sciocco passaggio mentale sono dei meri idolatri. Il corollario di questo teorema è altrettanto evidente: non conoscete la differenza tra un simbolo ed un idolo. E se ve lo dice un povero ateo, siete davvero messi male.
Perché l’unica pura e nuda verità è che «il cristianesimo è morto. Per colpa vostra.» E andare al funerale in lacrime portando una croce non è di certo un alibi.

Cosa pensa la religione del vostro simbolo? Le domande da fare ad un cristiano o ad un politico per farlo cadere in palese contraddizione risultano molteplici e pateticamente elementari. Basterebbe chiedere loro cosa pensa la religione cristiana dei simboli o quale sia il vero ed unico simbolo del cristianesimo. Le risposte non le invento di certo io, ma stanno semplicemente nelle sacre scritture.
Qualsiasi parroco potrebbe ricordarvelo: la vostra religione, o se preferite il capo, spiega che un cristiano non dovrebbe riconoscersi in alcun segno, effige, vestito e via discorrendo; al contrario, si parla di riconoscersi nella fratellanza. L’amore fraterno è il simbolo del cristianesimo. Non il crocifisso, e nemmeno la politica. Non la tradizione, e nemmeno la cultura. Non la Lega, e nemmeno Casini.
Dovete riconoscervi comportandovi come fratelli, non attraverso un crocifisso appeso al muro. Ed ovviamente non lo fate, proprio perché non siete più cristiani e forse non lo siete mai stati. Perché Gesù – cioè colui che dovrebbe essere il vostro profeta – ha spiegato chiaramente che il cristianesimo che professava avreste dovuto sentirvelo addosso amandovi come fratelli.
Il crocifisso e la croce non sono un simbolo: se Cristo vi sentisse, probabilmente verrebbe giù dalla croce e vi farebbe il sedere a strisce. Forse ve lo siete dimenticati, ma lui si è fatto inchiodare mani e piedi non per rappresentare un simbolo o una tradizione, a meno che vi aspettiate che vi porti anche i regali o i dolcetti come la Befana (pagani!). Cristo in croce è realtà, è violenza, è sangue e sta lì a ricordarvi che 2000 anni fa i ribelli li punivano così, esposti al pubblico ludibrio, finché non sopraggiungeva la morte. Ma siete così stolti che non lo sapete.
Gesù in croce è razionalità, è morte e martirio. Ragionando per astrazione, secondo voi si è fatto inchiodare per diventare una bandiera da esporre? No, ovviamente. Impersonifica la crudeltà dell’uomo, ma siccome non siete più cristiani e il cristianesimo è morto, non lo sapete.

Tra i Farisei e il feticismo. Non so, sembra che i credenti cattolici italiani abbiano paura di dimenticarsi il loro credo se non hanno davanti agli occhi e sopra alla testa un crocifisso. Purtroppo la realtà è che questa storia ridicola esiste solo in Italia, perché nella maggioranza dei paesi europei (e mondiali) i luoghi pubblici non hanno nessuna croce appesa al muro e vivono benissimo, senza ostentare la loro religione. Fossimo davvero un popolo di credenti che seguono i dettami del cattolicesimo, capirei. E invece no, sappiamo benissimo che non è così; si tratta solo di un continuo sproloquiare con un fine preciso, utilitaristico e paradossale, perché poi ognuno in privato fa cose orribili (prostitute, pedofilia, trans, coca, ecc…).
In verità vi dico…che la laicità deve tradursi anche in laicità culturale, altrimenti dovremmo insegnare solo la storia d’Italia o escludere l’Asia o le Americhe dai programmi di geografia. Un laico (cioè una persona che non crede espressamente) non vede in un cadavere inchiodato su una croce di legno alcun valore culturale. Semmai storico. Però a quel punto dovremmo anche mettere sulle pareti Giovanna d’Arco, Garibaldi, Mazzini, Carlo Magno, Colombo, ecc…

A scuola o in aula non valgono le croci. Il tempo e la storia sono costruiti e fatti dal resto della società civile, quindi anche da una finlandese che – grazie! – spedisce una raccomandata a/r bella chiara: si crede in chiesa, a casa propria, per strada, nelle scuole cattoliche, ma non si mandano messaggi subliminali durante l’insegnamento nella scuola pubblica. C’è liberta di scelta, no?
Di fatto no, altrimenti noitutti non avremmo studiato religione a scuola, ma in chiesa. Che ci sia qualcosa che non torna? Sì, perché l’insegnamento della religione, tra le altre cose, non dovrebbe nemmeno essere “confessionale”, ma la cosa curiosa però è che gli insegnanti vengono scelti dalle curie. Chi di voi non ha avuto un prete come insegnante, alzi la mano.

Con formula dubitativa vorrei infine porre una domanda: perché – visto che secondo i più sarebbe un simbolo della cultura europea – il crocifisso deve stare appeso in italia ma non in Francia o Spagna?
Per una volta giochiamo alla maggioranza. La maggioranza degli europei non crede nelle radici cristiane dell’Europa e non vuole crocifissi appesi nelle scuole. Finita la partita. E io finalmente sono con la maggioranza.

Altrimenti in barba ai precetti della religione cristiana, stabiliamo che il crocifisso sia un simbolo culturale italiano. Come gli spaghetti. Però effettivamente gli spaghetti sono più difficili da appendere alla parete.
Questo va detto con decisione.

links for 2009-11-25

novembre 25th, 2009 § 0

  • Alessandro Gilioli spiega in modo chiaro cosa potrebbe accadere e quali scenari possibili abbiamo di fronte se passasse più o meno in fretta la cosiddetta legge salva-premier. Purtroppo per noi, certi scenari risulterebbero davvero agghiaccianti.

La generazione boomerang

novembre 17th, 2009 § 11

Per certi versi parlare di “Generazione 1000 euro” ha fatto sì che i più dessero per scontato un paio di elementi che tali non sono, cioé il lavoro e lo stipendio. Gran parte dell’opinione pubblica si è infatti convinta e ci ha convinto che bene o male un lavoro si trovi e che uno stipendio medio si aggiri attorno ai famigerati 1.000€. Ovviamente non è così. Un giovane italiano oggi è costretto a cavarsela passando attraverso stage, contratti a progetto, contratti a tempo determinato e finita lì. Tutti a casa.
L’azienda per cui si ha lavorato sarà più che soddisfatta, perché avrà raggiunto due scopi (1- smazzare del lavoro palloso sfruttando qualcuno da non pagare o sottopagare e 2- ottenere detrazioni fiscali), tu forse mezzo (3 righe in più sul curriculum, giusto quelle che mancavano per rendere l’impaginazione più uniforme ed accattivante).

Non solo crisi economica. Se non ci fossero i genitori, cioé il vero ed unico ammortizzatore sociale italiano, noi simpatici giovanotti saremmo per strada. Sì perché i veri bersagli della crisi e di questa Italia sono i giovani, cioé i più socialmente ed economicamente deboli*.
La logica purtroppo vuole che le aziende in difficoltà non si limitino a licenziare il peggiore, il meno valido o il meno produttivo. Piuttosto licenziano quello che costa meno, cioé l’ultimo arrivato. Indovinate chi è.
Personalmente nutro sempre più speranze nell’Europa e nelle politiche imposte a livello comunitario, quelle che arriveranno cedendo sempre più parti di sovranità e a cui questo governo continuerà ad opporsi con sempre più veemenza. È pressoché inutile sperare che in questo paese possa cambiare qualcosa, che qualcuno si metta a fare politica e a riformare; con una popolazione come la nostra, così disinformata, totalmente disinsteressata ai significati di democrazia, società civile e a digiuno di civiltà, è praticamente impossibile costruirsi un futuro o più semplicemente una vita normale.

Il peggio è sempre made in Italy. Guardando fuori dall’Italia la situazione non è di certo rosea. La crisi c’è e si sente eccome, nonostante i proclami quotidiani del governo italiano. In Europa infatti il 20% dei giovani non ha un lavoro. Tradotto in cifre, significa che ben 5 milioni di giovani europei sotto i 24 anni non hanno un’occupazione, cioé un milione in più rispetto all’anno scorso. In Italia però la situazione è ancora più grave: 1 ventiquattrenne su 5 non studia e non lavora. Per capire la portata del problema, peggio di noi stanno soltanto i nostri coetanei rumeni e bulgari.
La cosa triste è che anche chi riesce ad arrivare a 700€ o 1000€ al mese di stipendio e vive in una città come Milano dove mediamente un affitto costa 700€ al mese, non ce la fa. Ed eccola qui la generazione boomerang, cioé quella di coloro che si arrendono e tornano a casa dai genitori, il solo ed unico ammortizzatore sociale.

Bamboccioni forever. Perché si esce di casa sempre più tardi, quando va bene? Partiamo dal principio. Se negli anni 80 in Italia i trentenni che vivevano ancora coi genitori erano solo il 15%, oggi sono arrivati circa al 50%. E le famiglie non sono poi così contente di non svezzare mai i propri figli.
Sfortunatamente non si esce di casa solo perché il costo della vita è troppo elevato o il mercato del lavoro è chiuso, ma anche perché si è fermato il cosiddetto ascensore sociale. I sondaggi raccontano che ben il 50% dei cinquantenni di oggi ha migliorato la propria condizione economica ed il proprio status rispetto ai genitori, mentre solo il 6% dei giovani ritiene di poter migliorare la propria. Uno su cinque è invece sicuro che starà peggio (e probabilmente non vota Berlusconi). Il brutto di questa crisi economica infatti è che milioni di giovani o di giovani coppie stanno perdendo la propria casa, e non potendola più pagare scappano dai genitori: “andiamo ad abitare dai tuoi o dai miei, tesoro?” La risposta è tragica, perché nel 99% dei casi si torna a casa da falliti o da sconfitti.

Questa casa non è un albergo. Se fino a poco tempo fa l’ostacolo principale per l’indipendenza era potersi permettere l’affitto o l’acquisto di una casa, oggi non sono più soltanto questi i due problemi principali. Perché trovare un lavoro pagato in modo decente risulta praticamente impossibile. Se in Svezia la maggior parte dei giovani sopra i 25 anni ha superato abbondantemente i 1000€ di stipendio al mese, in Italia è già tanto se un giovane ha un lavoro, ha finito di studiare o non guarda il grande fratello.
Quindi quali sono i motivi che rendono così difficile comprare casa? Il costo della vita, il lavoro, ma anche la totale assenza di politiche giovanili o a favore degli strati sociali più svantaggiati. Per noi infatti “housing sociale” significa far ascoltare musica house a più gente possibile, cosa che mi va anche bene, ma alla lunga non fa ridere. Il piano casa made in Italy altro non è che propaganda mediatica finalizzata a far intascare soldi ai soliti noti, cementificando indiscriminatamente. Ma soprattutto, che fine ha fatto? Non ci sono incentivi per uscire di casa, non esistono supporti concreti per le coppie giovani, se volete però c’è il contributo per il decoder digitale terrestre. Con più televisioni per ogni famiglia, il rimbecillimento sarà totale.
Tornando a noi, le conseguenze non sono soltanto misurabili in bamboccioni o in maschi italiani mammoni, ma riguardano anche la bassissima natalità italiana. Cari destrorsi e cari fascistoni, voi che ripudiate i meticci e che spesso professate l’odio tra razze, come mai non parlate più di giustizia sociale? Vi siete mai chiesti i motivi per cui gli italiani non fanno più figli? E qualcuno si è mai chiesto perché a Milano di milanesi ce ne saranno si e no dieci? E perché nessuno pensa ai bambini (cit.)?

Cosa fare? Intanto non abbassare i pantaloni. Mettiamo subito in chiaro una cosa: resistance is not futile. Accanto ai doveri ci sono anche e soprattutto i propri diritti, che bisogna conoscere.
Chi è arrivato fin qui a leggere saprà benissimo che un paese caratterizzato da un mercato del lavoro fondato sullo stage è al capolinea. Per un giovane infatti lo stipendio si chiama “rimborso spese”. Tanto per farvi capire il concetto, in Italia solo 1 stage su 10 si trasforma in lavoro vero e proprio. Peraltro a progetto. Ecco svelato come si diventa precari; da stagisti a tempo indeterminato si diventa lavoratori a progetto, cioé precari. Niente ferie, niente malattie, pochi diritti e testa bassa. Con le famiglie che si trasformano controvoglia in ammortizzatori sociali.

Ragazzi, rifiutate gli stage non retribuiti. Dite di no perfavore; ripetete con me, «NO». Fatelo per tutti i vostri coetanei, ma soprattutto per voi stessi. Usate la testa; non dovete avallare il signoraggio moderno legalizzato. In Italia non vengono inflitte sanzioni, la corruzione dilaga e i controlli esistono solo nella testa di Brunetta: perché le aziende possono servirsi di forza lavoro gratuita? Certo, se vi piace rimettere soldi allora benvenuti. Ma non lamentatevi se dopo il periodo del finto stage vi lasceranno a casa chiamando qualcun altro con le stesse modalità. E non vale nemmeno la regola del “è il lavoro più bello del mondo, è proprio quello che vorrei fare”. Perché se oggi non ti pagano, domani dovrebbero pagarti?
La verità è che le aziende che offrono i cosiddetti stage non retribuiti, andrebbero segnalate (secondo la “Repubblica degli Stagisti“, solo una divisione provinciale su 10 svolge controlli effettivi sulle aziende) e sanzionate. Capisco che molti abbiano paura, essendo costantemente immersi in uno status di debolezza economica e sociale, ma cari ragazzi miei…vi va così bene rimanere in un contesto di “formazione a vita”? Nella stragrande maggioranza dei casi, si è fin troppo formati per l’offerta italiana. Certo, è bello sentirsi dire che a 35 anni si è ancora tanto giovani, ma un paese che di fatto legalizza l’essere bamboccioni a carico della famiglia per cancellare il futuro di diverse generazioni non è morto. È semplicemente inutile.

In ritardo e confusi. Molti di noi (io in primis) avranno sentito l’impulso di andarsene all’estero. Perché in Italia le opportunità stanno a zero e non si ha niente da perdere. Abbiamo però un paio di svantaggi in più rispetto ai nostri pari età del vecchio continente. Uno è caratteriale, e riguarda la tendenza a non mollare il nulla cosmico in cui viviamo. Anche se a freddo ci si rende conto di non perdere effettivamente ed affettivamente nulla (non so se vi siete accorti, ma negli ultimi due secoli i concetti di tempo e spazio si sono un attimino ridefiniti), preferiamo rimanere nel buco nero in cui viviamo, ed è un atteggiamento figlio della cultura cattolica che tutti abbiamo ricevuto. Che lo volessimo o meno.
Poi c’è un aspetto negativo legato alla nostra formazione. Grazie alla riforma universitaria del 3+2, noi baldi giovinotti italiani siamo in generale ritardo rispetto ai coetanei europei; le nostre università sono spesso troppo dispersive, non aiutano a capire, a crearsi un percorso coerente con il mondo del lavoro. Si tratta di un andare alla deriva imbarazzante, dove solo chi ha coraggio, volontà e voglia di sperare ancora in qualcosa, arriva in fondo al percorso. Trovatemi però un giovane (che non faccia medicina o giurisprudenza, anche se in acuni casi non vale nemmeno per queste facoltà) laureato appena uscito dall’università che abbia le idee chiare su cosa farà da grande (siamo anche poco adattabili, a quanto pare).

Riformiamo sto “mercato del lavoro!”. In Italia la metà di coloro che fanno l’architetto, il notaio o il farmacista, sono figli di architetti, notai e farmacisti. Nell’Italia di oggi, chi nasce ricco rimane ricco, chi nasce povero, difficilmente diventerà benestante. A meno di sposarsi con un ricco, come qualcuno consigliava. C’è da dire che sicuramente farà il precario a meno di 1000€ al mese: finalmente una certezza.
Tutto questo non è sicuramente normale, ma voglio confessarvi che in questa nazione il concetto di normalità è stato stravolto ormai da troppo tempo. Proprio perché il “non stupirsi più per nulla” è un luogo comune, non ci stupiamo più di niente. Per assurdo certe aziende potrebbero chiedervi dei soldi per fare uno stage o lavorare, ma trovereste senza dubbio qualcuno che parlerebbe di “gavetta” sana e giusta.
Inoltre, se sentite parlare oggi qualsiasi politico, vi riferirà capziosamente che per aiutare i giovani “servono regole” e che bisogna “combattere la disoccupazione” (per inciso, secondo alcuni esponenti del pdl, la precarietà “deve essere a tempo determinato”; stendiamo un velo pietoso). Tutto molto bello, ma cosa significa? Anche a me piacerebbe che ci fosse la pace nel mondo. Insomma, il “come” viene tenuto nascosto e dimenticato: servono regole? Sì, ma quali? Servono leggi? Scriviamole e facciamole rispettare. Vuoi combattere la disoccupazione? Sì, ma come?
Col Lodo Alfano.

“O famo strano”. Lo sanno tutti che servirebbero interventi forti, pesanti come dei moloch. Politici, sociali ed economici. Magari di sinistra, se la sinistra non fosse impegnata a decidere quale sia la sinistra. Perché dico questo? Perché le questioni non sono solo il lavoro e lo stipendio oggi, ma anche la pensione domani. In altre parole noi giovani, sempre relegati ai margini, mai valorizzati e volutamente assegnati ad incarichi che presuppongano poca responsabilità, non avremo una pensione. Ebbene sì, non avremo una pensione, ma con quei due soldi che guadagnamo paghiamo le tasse e le pensioni degli anziani di oggi. E dei nostri genitori tra qualche anno. Lo so, siete cocciuti e vi serve un esempio; la nostra posizione previdenziale è paragonabile al cervello di Gasparri: non esiste, così come il vuoto pneumatico.
Non fatevi fregare da chi usa parole come flessibilità, paragonandola ad un valore. C’è gente in questo governo (ma non solo purtroppo) che oltre alla canonica propaganda per sottosviluppati di regime, vende questi concetti come fondamentali per rilanciare imprese e mercato del lavoro. Oh sì, sicuro: peccato che in Italia flessibilità voglia dire precarietà a vita, che di fatto è una non-vita. Non è possibile vivere o essere liberi senza poter progettare la propria esistenza dall’oggi al domani.

Welfare e ammortizzatori sociali, no grazie. A differenza degli altri cittadini europei, non possiamo usufruire di alcun aiuto di Stato, ammortizzatore sociale o servizio derivato dal cosiddetto welfare state. I telegiornali di regime del belpaese, dove non esiste più libertà di informazione, parlano di aria fritta, botte e risposte tra politici dettate dall’alto, come si veste Michelle Obama, dei comunisti che mangiano i bambini e degli extracomunitari che sono cattivi, puzzano e stuprano le nostre donne. Propaganda insomma, quella che negli anni 20 andava di moda in Germania. Delle centinaia di aziende che chiudono, delle migliaia che ricorrono alla cassa integrazione, dei milioni di lavoratori senza lavoro, dei milioni di precari, dei giovani e della totale assenza di misure contro la crisi per rilanciare il mercato del lavoro, fare uscire di casa i giovani, eccetera eccetera, sembra non interessare a nessuno.

Ma niente paura: noi siamo la generazione boomerang, quella nostalgica che prima o poi ritorna. E se non ritorniamo, per forza di cose qualcosa ci raggiunge, ma sempre nel posto sbagliato.
Fortuna che ora per noi precari arriverà in soccorso il ddl sul processo breve. Non vedo l’ora di prescrivermi per legge.

[* in merito consiglio la lettura di questo libro scritto dall'amico di blog Federico Mello]

«Slide me»: i primi mesi con l’iPhone 3GS

novembre 13th, 2009 § 2

Lo

Ne è passato tanto di tempo da quando uscì il primo e un po’ scalcinato iPhone 2G. All’epoca infatti ci andai giù pesante, seppur riconoscendo il cambiamento rivoluzionario della concezione e della definizione di “telefono”.

In due anni però si sa quanto possa cambiare un device come l’iPhone, tanto che ora siamo alla versione 3Gs. Essendo io un discreto appassionato di tecnologia e gingilli elettronici, ma non avendone fino ad ora poseduti molti, ho sempre optato (forzatamente, ok) sullo smanettamento compulsivo dei telefoni altrui: in pratica jailbreakkavo le tasche degli amici consumando le dita sui loro iPhone, fino al luglio di quest’anno (il 23 per essere precisi), quando cioé il parentado ha deciso di regalarmi per la laurea magistrale un iPhone 3Gs da 16GB, presupponendo che il mio autismo sarebbe diventato direttamente proporzionale alle ore di uso del suddetto oggetto.

Quello che segue è quindi un post senza troppe pretese, che racconta il mio primo piccolo bilancio come fortunato possessore di iPhone. Non aspettatevi un post troppo tecnico o scritto in nerdese; questo sporco lavoro (per ora) lo lascio ad altri. Insomma questo pezzo sta ad una recensione tecnica come Berlinguer sta a Natta. Che non è bello da dire, ma rende piuttosto bene l’idea.

Più facile che votare PD. Tranquillizzatevi: passare dal mio vecchio e fidatissimo Nokia 6630 (non l’ho ancora rottamato; è sempre acceso e va come un trattore) ad un iPhone è stato semplicissimo, proprio perché usare le proprie dita per accedere alle varie funzionalità o alle applicazioni installate è davvero intuitivo ed elementare. È soltanto fruendolo in prima persona per qualche ora, per qualche giorno o per quanto vi pare, che ci si rende conto dell’esperienza sensoriale che ci sta dietro: a Cupertino sono bravini in queste cose, si sa. Non c’è da navigare in arcaici menù, non bisogna dedurre impostazioni da ricercare: è tutto lì a portata, ma soprattutto è tutto decisamente più veloce. Specialmente per uno che ha sempre avuto Symbian.

Le mie valutazioni. Apro una parentesi: nelle mie ultime valutazioni su un ipotetico telefono che avrei comprato, oltre a ricercare modelli che mi permettessero di accedere ad internet facilmente, navigare in mobilità in modo chiaro e veloce, ero stato attento anche alla facilità di uso, intesa come “non mi devo rompere le scatole ad aspettare troppo per caricare un programmino e non devo perdere la vista per controllare la posta”. Essendo stato da sempre un cliente Nokia, ho però dovuto riconoscere che persino negli ultimi telefoni sembra non sia cambiato niente: il sistema è sempre lo stesso, solo con più colori e un filino più veloce. È che di anni ne sono passati quasi 10 e acquistare un telefono che ancora mi avrebbe permesso di navigare poco e malino, sarebbe stato sciocco. Insomma da Nokia ci si aspetta altro, vedremo.

Il piacere di sfruttarlo senza paura. Uno dei piaceri degli smanettoni è installare, testare, provare e riempire di roba il proprio telefono. Per certi versi nemmeno su Mac Os X è così veloce e facile installare un applicazione. Basti pensare alle modalità: tap su App Store, selezione dell’applicazione e via, fa tutto da solo in pochi istanti. Poi ritocchi sull’applicazione e parte subito, senza crash o strani caricamenti; senza contare il fatto che per uscire da un programma basta premere l’unico tastone centrale presente sul telefono.
Non è neanche vero che bisogna per forza di cose sperperare decine di euro in applicazioni: personalmente ho 8 pagine tra giochi e applicazioni (io però sono esagerato, roba che tra un po’ dovrò comprarmi un altro iPhone per avere altre schermate), e non ne ho pagata nemmeno una, perché non è necessario. Più avanti parlerò anche di questo aspetto. Col mega display di cui è dotato l’iPhone poi, navigare in rete risulta un’esperienza molto vicina all’uso di un pc normale, e non è mica poco. Il browser, una specie di Safari, è veloce, soprattutto ora che esistono moltissimi siti ottimizzati per iPhone; il sistema operativo del telefono di fatto non si vede ed è per questo che il protagonista è il contenuto: niente barre di scorrimento e un fantastico modo di zoomare in qualsiasi punto del telefono. Idem la scrittura: prima di usarlo ero un po’ titubante, vista la dimensione dei tastini, ma sul 3Gs i difetti rimasti sono davvero pochi. Ora poi c’è il copia incolla, anche se è da perfezionare (su alcuni siti non funziona benissimo), e il gps è davvero la ciliegina sulla torta, nonostante il sistema di navigazione di Google non sia di fatto…un sistema di navigazione; più che altro aiuta a raccapezzarvi se vi siete persi. Se poi avete voglia di acquistarvi l’applicazione tomtom (che però, ahinoi costa un bel po’), non avrete più bisogno del navigatore.

La prima pagina del NY Times su iPhone

I difetti più evidenti: la batteria. Partiamo da quello più noto, che anche vostra madre (l’equivalente della casalinga di Voghera tecnologicamente parlando), cioé colei che ha da poco imparato a scorrere la rubrica, a farvi “uno squillino” (…che sia uno!), o a scrivere un sms sul vostro vecchio Nokia che non usate dall’ultima volta che hanno suonato insieme le Spice Girls, verrà facile notare che non è possibile vivere con l’incubo dell’avere sempre con sé il carica-batterie. Caro Steve, voi della Apple siete famosi per la lunga durata delle batterie dei vostri laptop, perché quindi quella del vostro telefono dura così poche ore? Perché poi me la sigillate senza potermene fare comprare una di riserva? Va bene, se usato moderatamente – manco fosse un superalcolico – si arriva anche a quasi tre giorni di durata (ebbene sì, io ce l’ho fatta), ma se solo navigate, controllate mail, utilizzate qualche applicazione ogni tanto, arrivate alla sera del primo giorno che siete sotto il 10% (consiglio di attivare l’indicatore della percentuale di carica da Impostazioni > Utilizzo > Percentuale Batteria). Certo, da quello che ho intuito sentendo le opinioni dei possessori di iPhone 3G, le prestazioni della batteria del 3Gs sono comunque migliorate, ma dalla Mela ci si aspetta sempre di più.
È vero, scegliendo di mantenere sempre abilitato il segnale 3G si consuma più energia, ma è necessario per collegarsi alla rete, usare determinate applicazioni e controllare le mail (specialmente se le avete in push). Intendiamoci, se non passate ore a giocare, a guardare video o a fare foto, circa due giorni senza caricare la batteria potete anche farli; se solo però utilizzate la rete 3G (o Edge, dipende dal vostro operatore) frequentemente, compratevi un carica batterie da macchina o munitevi di appositi caricatori portatili.

I difetti più evidenti: non supporta flash. Farei volentieri a meno di avere a che fare con siti costruiti interamente in flash, lenti e pesanti, ma ce ne sono ancora molti che lo richiedono o che utilizzano flash per delle intro che con l’iPhone non possono nemmeno essere skippate. D’altra parte esistono anche molti siti o servizi che integrano flash in modo funzionale in alcune loro parti; basti pensare ai player audio o video o a siti che mostrano gallerie di immagini dinamiche (ad esempio Flickr). Alcuni di questi hanno risolto il problema progettando una versione del proprio sito per iPhone o fornendo un’applicazione apposita per gestire via mobile determinate funzionalità. E va anche bene, ma non è logico riempirsi il telfono di singole applicazioni per vedere singoli siti web. In altre parole, senza il supporto a flash ci viene di fatto negato a monte l’accesso a molti contenuti, perché non è detto che io i video li guardi solo su Youtube. Sono del parere che flash, a piccole ed oculate dosi, sia utile.

Piccoli accorgimenti. Oltre ad alcune mancanze, sono da segnalare altri dettagli più o meno importanti che dovrebbero essere implementati. Per esempio il copia e incolla sembra ora funzionare abbastanza bene. Bisogna però dire che con alcuni siti ancora non è il massimo (esempio: FriendFeed). Un’altro aspetto da migliorare è la gestione degli sms: non esiste un contacaratteri, quindi non è possibile sapere se si è sforato o meno il limite di un sms.
Se vogliamo proprio fare i pignoli, la fotocamera da 3.2 megapixel non è il massimo; di giorno e grazie alle più note applicazioni per fare foto, si ottengono risultati decenti (a patto di stare immobili), la sera è un disastro. Faccio parte però della categoria di coloro che ritengono che le foto sia meglio farle con una macchina fotografica. Il telefono in teoria servirebbe ad altro, quindi non la sento come una grave mancanza. C’è poi una problematica legata alla sveglia, se così vogliamo chiamarla: una volta impostata non va spento il telefono, altrimenti non suona; probabilmente è un’abitudine mia, ma di notte il mio telefono è spento.

Ce n’è per tutti i gusti. Per chiudere il capitolo dei difetti, giusto per fare la parte di quello equilibrato, veniamo al capitolo “sistema chiuso”/”no applicazioni di terze parti”. Ecco, non è più tanto vero neanche questo. Ci sono migliaia di applicazioni per ogni tipo di uso e, sì, vengono approvate da Apple, ma vanno a completare ottimamente un telefono che è probabilmente uno dei device più personalizzabili sul mercato. A meno che sentiate la mancanza di cover intercambiabili, ma in quel caso non sareste mai arrivati a leggere questo post. Ovviamente, se non resistete alla voglia di taroccare ad ogni costo il telefono, ottenendo gratuitamente anche le applicazioni a pagamento o scaricando software di terze parti, potete sbloccarlo facendo il cosiddetto jailbreak, installando Cydia o quello che vi pare. Liberi di farlo, ma valutate anche gli svantaggi; se volete un consiglio, ad oggi non esiste alcuna applicazione a pagamento per cui valga la pena di fare il jailbreak dell’iPhone. Presto pubblicherò un post in cui parlerò delle applicazioni più utili o consigliate con cui mi interfaccio quotidianamente, e ovviamente sono tutte free.

iPhone for dummies. Se mi chiedessero di consigliare l’iPhone, lo farei senza problema. È uno strumento che porta con sé un’enorme parte del web e innumerevoli potenzialità per comunicare, informarsi, confrontarsi e chi più ne ha più ne metta. Ripeto, esiste un’applicazione per ogni esigenza, ed è questa la vera rivoluzione nella personalizzazione dei modi di fruire, consumare o comunicare. Non fraintendetemi, non voglio fare ulteriore pubblicità a questo telefono, ma è grazie a lui se accedo ad Internet e a tutti i maggiori servizi di cui mi servo rapidamente, come se fossi davanti ad un computer normale. La comodità di navigazione che offre lo schermo, il sistema operativo che di fatto non si sente ma è sempre presente e la velocità d’uso, sono elementi che da soli riservano diverse soddisfazioni (in termini d’uso, sia chiaro).
Sicuramente qualcuno storcerà il naso, pensando che navigare con un gingillo simile costerà tanto. Ma l’errore è a monte: non bisogna pensare ad una navigazione flat con un telefono, almeno ad oggi (viste le telco che ci troviamo e visto il disinteresse delle masse verso un consumo più attivo e critico). Per questo, dopo aver valutato le offerte di tutti gli operatori italiani, ho sottoscrito l’offerta Naviga 3 – 7 giorni della Tre che mi offre 100MB di traffico internet al giorno al costo di 3€ la settimana (per prepagati). Mi trovo bene (la copertura 3G di Tre è buona), anche perché bisogna davvero impegnarsi per superare 100MB di traffico giornaliero con un iPhone; se dovete scaricare film, è meglio farlo con un computer, no?
Questo per dire che con l’iPhone navigo, mando mail, leggo i quotidiani di tutto il mondo, ascolto musica, comando iTunes via wi-fi o i miei computer in remoto; scrivo note sincronizzandole sul mac, gioco, carico file, apro documenti e chi più ne ha più ne metta.

I più attenti si saranno accorti di un elemento di cui non ho parlato. Intendo dire che con l’iPhone una delle cose che faccio meno è telefonare. Non c’è niente da fare, quando lo guardo nell’occhio tutto mi viene in mente fuorché utilizzarlo per chiamare qualcuno. Piuttosto mi collego ad internet e lo contatto in altri modi. Ma è probabile che sia una pratica brianzola dalle braccine corte.
Perché l’iPhone non costa poco, ma nemmeno le ricariche.

I wanna go home

novembre 13th, 2009 § 0

Un paradosso. Anzi no, un paradosso che diventa metafora.
Insomma una cosa complicata, come quelle che piacciono a me. Parole su cui pensare, riflettere e far partire sinapsi pindariche che ti portano chissà dove. Parlo del titolo ovviamente.

…Sono tornato. Ufficialmente, lo giuro. E adesso la smetto anche di buttare giù periodi frammentati. Promesso. È che me lo voglio ripetere ancora una volta, “sono tornato a scrivere”: così mi convinco. In questi mesi sono successe un po’ di cose, si sono mosse certe acque e ho persino cambiato taglio di capelli. Il tizio che sta sotto però è sempre lo stesso, solo un po’ più sconsolato e disinnamorato del belpaese: prostitute, trans, corruzione, razzismo diffuso, lodi vari, scudi fiscali, sottosegretari indagati per camorra o mafia, servi del padrone disposti raccontare le balle più turpi ovunque e da 15 anni a questa parte, libertà di informazione totalmente scomparsa e paese completamente in ginocchio. C’è poco da stare allegri, gente.

Siamo l’unica nazione d’Occidente che non ha prodotto misure ufficiali contro la crisi economica mondiale: centinaia di aziende chiudono, licenziano, ricorrono alla cassa integrazione e nessuno ne parla, ma la priorità rimane una. Una riprodotta in varie forme, a seconda dell’emergenza del momento, ma con lo stesso fine. Prescrivere e depenalizzare, in altre parole “salvarsi le chiappe ad ogni costo”. Un’amnistia mascherata con altre parole, ma del resto lo fanno per noi.

È successo di tutto, è accaduto tutto il peggio che potevamo concepire, ma purtroppo non è ancora finita.
Tornando a me, ho già in cantiere qualche post e in testa alcune riflessioni fatte in questo periodo. Una delle più gettonate è che l’Italia ha ormai pochissimo da offrire, specialmente per chi ancora è giovane; zero opportunità, zero stimoli, insomma…zero.
Un insieme vuoto sconsolante, un buco nero senza ritorno.

Ma non voglio anticiparvi niente, altrimenti corro il rischio di dimenticarmi cosa volessi scrivere. Ecco, mi sono dimenticato.
Comunque sia sono tornato e bene o male sono sempre lo stesso. Sto ritrovando la voglia di scrivere e parallelamente mi sono accorto di volermi riprendere quegli spazi più lenti e approfonditi. Il realtime dei social media alla lunga stufa, quindi perché non tornare alle care e vecchie abitudini degne di un caffé illuminista, dove il tempo sembra un po’ meno bastardo, per poter riflettere con più calma?