La generazione boomerang

novembre 17th, 2009 § 11

Per certi versi parlare di “Generazione 1000 euro” ha fatto sì che i più dessero per scontato un paio di elementi che tali non sono, cioé il lavoro e lo stipendio. Gran parte dell’opinione pubblica si è infatti convinta e ci ha convinto che bene o male un lavoro si trovi e che uno stipendio medio si aggiri attorno ai famigerati 1.000€. Ovviamente non è così. Un giovane italiano oggi è costretto a cavarsela passando attraverso stage, contratti a progetto, contratti a tempo determinato e finita lì. Tutti a casa.
L’azienda per cui si ha lavorato sarà più che soddisfatta, perché avrà raggiunto due scopi (1- smazzare del lavoro palloso sfruttando qualcuno da non pagare o sottopagare e 2- ottenere detrazioni fiscali), tu forse mezzo (3 righe in più sul curriculum, giusto quelle che mancavano per rendere l’impaginazione più uniforme ed accattivante).

Non solo crisi economica. Se non ci fossero i genitori, cioé il vero ed unico ammortizzatore sociale italiano, noi simpatici giovanotti saremmo per strada. Sì perché i veri bersagli della crisi e di questa Italia sono i giovani, cioé i più socialmente ed economicamente deboli*.
La logica purtroppo vuole che le aziende in difficoltà non si limitino a licenziare il peggiore, il meno valido o il meno produttivo. Piuttosto licenziano quello che costa meno, cioé l’ultimo arrivato. Indovinate chi è.
Personalmente nutro sempre più speranze nell’Europa e nelle politiche imposte a livello comunitario, quelle che arriveranno cedendo sempre più parti di sovranità e a cui questo governo continuerà ad opporsi con sempre più veemenza. È pressoché inutile sperare che in questo paese possa cambiare qualcosa, che qualcuno si metta a fare politica e a riformare; con una popolazione come la nostra, così disinformata, totalmente disinsteressata ai significati di democrazia, società civile e a digiuno di civiltà, è praticamente impossibile costruirsi un futuro o più semplicemente una vita normale.

Il peggio è sempre made in Italy. Guardando fuori dall’Italia la situazione non è di certo rosea. La crisi c’è e si sente eccome, nonostante i proclami quotidiani del governo italiano. In Europa infatti il 20% dei giovani non ha un lavoro. Tradotto in cifre, significa che ben 5 milioni di giovani europei sotto i 24 anni non hanno un’occupazione, cioé un milione in più rispetto all’anno scorso. In Italia però la situazione è ancora più grave: 1 ventiquattrenne su 5 non studia e non lavora. Per capire la portata del problema, peggio di noi stanno soltanto i nostri coetanei rumeni e bulgari.
La cosa triste è che anche chi riesce ad arrivare a 700€ o 1000€ al mese di stipendio e vive in una città come Milano dove mediamente un affitto costa 700€ al mese, non ce la fa. Ed eccola qui la generazione boomerang, cioé quella di coloro che si arrendono e tornano a casa dai genitori, il solo ed unico ammortizzatore sociale.

Bamboccioni forever. Perché si esce di casa sempre più tardi, quando va bene? Partiamo dal principio. Se negli anni 80 in Italia i trentenni che vivevano ancora coi genitori erano solo il 15%, oggi sono arrivati circa al 50%. E le famiglie non sono poi così contente di non svezzare mai i propri figli.
Sfortunatamente non si esce di casa solo perché il costo della vita è troppo elevato o il mercato del lavoro è chiuso, ma anche perché si è fermato il cosiddetto ascensore sociale. I sondaggi raccontano che ben il 50% dei cinquantenni di oggi ha migliorato la propria condizione economica ed il proprio status rispetto ai genitori, mentre solo il 6% dei giovani ritiene di poter migliorare la propria. Uno su cinque è invece sicuro che starà peggio (e probabilmente non vota Berlusconi). Il brutto di questa crisi economica infatti è che milioni di giovani o di giovani coppie stanno perdendo la propria casa, e non potendola più pagare scappano dai genitori: “andiamo ad abitare dai tuoi o dai miei, tesoro?” La risposta è tragica, perché nel 99% dei casi si torna a casa da falliti o da sconfitti.

Questa casa non è un albergo. Se fino a poco tempo fa l’ostacolo principale per l’indipendenza era potersi permettere l’affitto o l’acquisto di una casa, oggi non sono più soltanto questi i due problemi principali. Perché trovare un lavoro pagato in modo decente risulta praticamente impossibile. Se in Svezia la maggior parte dei giovani sopra i 25 anni ha superato abbondantemente i 1000€ di stipendio al mese, in Italia è già tanto se un giovane ha un lavoro, ha finito di studiare o non guarda il grande fratello.
Quindi quali sono i motivi che rendono così difficile comprare casa? Il costo della vita, il lavoro, ma anche la totale assenza di politiche giovanili o a favore degli strati sociali più svantaggiati. Per noi infatti “housing sociale” significa far ascoltare musica house a più gente possibile, cosa che mi va anche bene, ma alla lunga non fa ridere. Il piano casa made in Italy altro non è che propaganda mediatica finalizzata a far intascare soldi ai soliti noti, cementificando indiscriminatamente. Ma soprattutto, che fine ha fatto? Non ci sono incentivi per uscire di casa, non esistono supporti concreti per le coppie giovani, se volete però c’è il contributo per il decoder digitale terrestre. Con più televisioni per ogni famiglia, il rimbecillimento sarà totale.
Tornando a noi, le conseguenze non sono soltanto misurabili in bamboccioni o in maschi italiani mammoni, ma riguardano anche la bassissima natalità italiana. Cari destrorsi e cari fascistoni, voi che ripudiate i meticci e che spesso professate l’odio tra razze, come mai non parlate più di giustizia sociale? Vi siete mai chiesti i motivi per cui gli italiani non fanno più figli? E qualcuno si è mai chiesto perché a Milano di milanesi ce ne saranno si e no dieci? E perché nessuno pensa ai bambini (cit.)?

Cosa fare? Intanto non abbassare i pantaloni. Mettiamo subito in chiaro una cosa: resistance is not futile. Accanto ai doveri ci sono anche e soprattutto i propri diritti, che bisogna conoscere.
Chi è arrivato fin qui a leggere saprà benissimo che un paese caratterizzato da un mercato del lavoro fondato sullo stage è al capolinea. Per un giovane infatti lo stipendio si chiama “rimborso spese”. Tanto per farvi capire il concetto, in Italia solo 1 stage su 10 si trasforma in lavoro vero e proprio. Peraltro a progetto. Ecco svelato come si diventa precari; da stagisti a tempo indeterminato si diventa lavoratori a progetto, cioé precari. Niente ferie, niente malattie, pochi diritti e testa bassa. Con le famiglie che si trasformano controvoglia in ammortizzatori sociali.

Ragazzi, rifiutate gli stage non retribuiti. Dite di no perfavore; ripetete con me, «NO». Fatelo per tutti i vostri coetanei, ma soprattutto per voi stessi. Usate la testa; non dovete avallare il signoraggio moderno legalizzato. In Italia non vengono inflitte sanzioni, la corruzione dilaga e i controlli esistono solo nella testa di Brunetta: perché le aziende possono servirsi di forza lavoro gratuita? Certo, se vi piace rimettere soldi allora benvenuti. Ma non lamentatevi se dopo il periodo del finto stage vi lasceranno a casa chiamando qualcun altro con le stesse modalità. E non vale nemmeno la regola del “è il lavoro più bello del mondo, è proprio quello che vorrei fare”. Perché se oggi non ti pagano, domani dovrebbero pagarti?
La verità è che le aziende che offrono i cosiddetti stage non retribuiti, andrebbero segnalate (secondo la “Repubblica degli Stagisti“, solo una divisione provinciale su 10 svolge controlli effettivi sulle aziende) e sanzionate. Capisco che molti abbiano paura, essendo costantemente immersi in uno status di debolezza economica e sociale, ma cari ragazzi miei…vi va così bene rimanere in un contesto di “formazione a vita”? Nella stragrande maggioranza dei casi, si è fin troppo formati per l’offerta italiana. Certo, è bello sentirsi dire che a 35 anni si è ancora tanto giovani, ma un paese che di fatto legalizza l’essere bamboccioni a carico della famiglia per cancellare il futuro di diverse generazioni non è morto. È semplicemente inutile.

In ritardo e confusi. Molti di noi (io in primis) avranno sentito l’impulso di andarsene all’estero. Perché in Italia le opportunità stanno a zero e non si ha niente da perdere. Abbiamo però un paio di svantaggi in più rispetto ai nostri pari età del vecchio continente. Uno è caratteriale, e riguarda la tendenza a non mollare il nulla cosmico in cui viviamo. Anche se a freddo ci si rende conto di non perdere effettivamente ed affettivamente nulla (non so se vi siete accorti, ma negli ultimi due secoli i concetti di tempo e spazio si sono un attimino ridefiniti), preferiamo rimanere nel buco nero in cui viviamo, ed è un atteggiamento figlio della cultura cattolica che tutti abbiamo ricevuto. Che lo volessimo o meno.
Poi c’è un aspetto negativo legato alla nostra formazione. Grazie alla riforma universitaria del 3+2, noi baldi giovinotti italiani siamo in generale ritardo rispetto ai coetanei europei; le nostre università sono spesso troppo dispersive, non aiutano a capire, a crearsi un percorso coerente con il mondo del lavoro. Si tratta di un andare alla deriva imbarazzante, dove solo chi ha coraggio, volontà e voglia di sperare ancora in qualcosa, arriva in fondo al percorso. Trovatemi però un giovane (che non faccia medicina o giurisprudenza, anche se in acuni casi non vale nemmeno per queste facoltà) laureato appena uscito dall’università che abbia le idee chiare su cosa farà da grande (siamo anche poco adattabili, a quanto pare).

Riformiamo sto “mercato del lavoro!”. In Italia la metà di coloro che fanno l’architetto, il notaio o il farmacista, sono figli di architetti, notai e farmacisti. Nell’Italia di oggi, chi nasce ricco rimane ricco, chi nasce povero, difficilmente diventerà benestante. A meno di sposarsi con un ricco, come qualcuno consigliava. C’è da dire che sicuramente farà il precario a meno di 1000€ al mese: finalmente una certezza.
Tutto questo non è sicuramente normale, ma voglio confessarvi che in questa nazione il concetto di normalità è stato stravolto ormai da troppo tempo. Proprio perché il “non stupirsi più per nulla” è un luogo comune, non ci stupiamo più di niente. Per assurdo certe aziende potrebbero chiedervi dei soldi per fare uno stage o lavorare, ma trovereste senza dubbio qualcuno che parlerebbe di “gavetta” sana e giusta.
Inoltre, se sentite parlare oggi qualsiasi politico, vi riferirà capziosamente che per aiutare i giovani “servono regole” e che bisogna “combattere la disoccupazione” (per inciso, secondo alcuni esponenti del pdl, la precarietà “deve essere a tempo determinato”; stendiamo un velo pietoso). Tutto molto bello, ma cosa significa? Anche a me piacerebbe che ci fosse la pace nel mondo. Insomma, il “come” viene tenuto nascosto e dimenticato: servono regole? Sì, ma quali? Servono leggi? Scriviamole e facciamole rispettare. Vuoi combattere la disoccupazione? Sì, ma come?
Col Lodo Alfano.

“O famo strano”. Lo sanno tutti che servirebbero interventi forti, pesanti come dei moloch. Politici, sociali ed economici. Magari di sinistra, se la sinistra non fosse impegnata a decidere quale sia la sinistra. Perché dico questo? Perché le questioni non sono solo il lavoro e lo stipendio oggi, ma anche la pensione domani. In altre parole noi giovani, sempre relegati ai margini, mai valorizzati e volutamente assegnati ad incarichi che presuppongano poca responsabilità, non avremo una pensione. Ebbene sì, non avremo una pensione, ma con quei due soldi che guadagnamo paghiamo le tasse e le pensioni degli anziani di oggi. E dei nostri genitori tra qualche anno. Lo so, siete cocciuti e vi serve un esempio; la nostra posizione previdenziale è paragonabile al cervello di Gasparri: non esiste, così come il vuoto pneumatico.
Non fatevi fregare da chi usa parole come flessibilità, paragonandola ad un valore. C’è gente in questo governo (ma non solo purtroppo) che oltre alla canonica propaganda per sottosviluppati di regime, vende questi concetti come fondamentali per rilanciare imprese e mercato del lavoro. Oh sì, sicuro: peccato che in Italia flessibilità voglia dire precarietà a vita, che di fatto è una non-vita. Non è possibile vivere o essere liberi senza poter progettare la propria esistenza dall’oggi al domani.

Welfare e ammortizzatori sociali, no grazie. A differenza degli altri cittadini europei, non possiamo usufruire di alcun aiuto di Stato, ammortizzatore sociale o servizio derivato dal cosiddetto welfare state. I telegiornali di regime del belpaese, dove non esiste più libertà di informazione, parlano di aria fritta, botte e risposte tra politici dettate dall’alto, come si veste Michelle Obama, dei comunisti che mangiano i bambini e degli extracomunitari che sono cattivi, puzzano e stuprano le nostre donne. Propaganda insomma, quella che negli anni 20 andava di moda in Germania. Delle centinaia di aziende che chiudono, delle migliaia che ricorrono alla cassa integrazione, dei milioni di lavoratori senza lavoro, dei milioni di precari, dei giovani e della totale assenza di misure contro la crisi per rilanciare il mercato del lavoro, fare uscire di casa i giovani, eccetera eccetera, sembra non interessare a nessuno.

Ma niente paura: noi siamo la generazione boomerang, quella nostalgica che prima o poi ritorna. E se non ritorniamo, per forza di cose qualcosa ci raggiunge, ma sempre nel posto sbagliato.
Fortuna che ora per noi precari arriverà in soccorso il ddl sul processo breve. Non vedo l’ora di prescrivermi per legge.

[* in merito consiglio la lettura di questo libro scritto dall'amico di blog Federico Mello]

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§ 11 Responses to “La generazione boomerang”

  • alesstar scrive:

    come sempre, son d’accordo con te (tanto che sembro matta quando vado dicendo in giro per casa “quello è propaganda, queall’altro è propaganda” -_-).
    come ti dicevo, hai ragione quando dici che in italia gli unici ammortizzatori sociali sono i genitori, ma aggiungerei che anche i figli lo sono, da una certa età in poi i ruoi si “ribaltano”, e se il figlio riesce a prendere un po’ più di 500 euro, e il genitore sta con la pensione minima, gli tocca fare il contrario. e anche questo è sintomo di qualcosa di sbagliato.

    per il resto, continuo a darti ragione, il 3+2 è stato un fallimento e la controriforma col passaggio al nuovissimo ordinamento o col ritorno al quinquennale per alcuni corsi sta solo creando panico per chi si è iscritto uno o due anni prima che entrasse in vigore, costringendo gli studenti a stop forzati, esami che non esistono più, cambi di programma che creano solo disagi; gli stage mai e poi mai dovrebbero essere gratuiti, e personalmente sto cominciando a rifiutare anche i lavori sottopagati, o a chiedere di più, e se non mi concedono il giusto alzo i tacchi.

    e intanto su canale 5 stanno parlando di grande fratello, passaggio al digitale, reality e inutilità varie…

  • xlthlx scrive:

    Rafforzo quello che scrive su alesstar: credevo di essere un po’ una mosca bianca, e invece sempre più spesso sono i figli a mantenere i genitori con la pensione minima che non gli permette di sopravvivere.
    In generale, non si sopravvive se non con la famiglia allargata, e questo è spaventoso, soprattutto in considerazione del fatto che se viene a mancare un elemento della famiglia così fatta crolla l’intera famiglia.
    Per il resto, non posso che condividere, anche se, come ti ho già detto peraltro, se ne hai la possibilità vai all’estero. Fai sempre in tempo a tornare, ma non farai in tempo ad andarci nei prossimi anni.

  • Gatto Nero scrive:

    Faccio la stessa domanda che ho fatto su Facebook, segnalando questo link.

    Sì, è vero. Siamo la generazione boomerang.
    Non si tratta neanche della “generazione 1000 euro”, visto che in tanti ai 1000 euro NON ci arrivano: mio fratello, ad esempio, che di anni ne ha 35 e solo da poco è riuscito a recuperare un contratto mezzo decente, a 900 euro.

    Ma allora, perché non scendiamo in piazza?
    Siamo tanti, siamo collegati in modi che gli adulti neanche conoscono – dal web ai telefonini, dai social network ai blog – e una manifestazione collettiva non potrebbe rimanere inascoltata. Eppure, non lo facciamo. Perchè?

  • Andrea Contino scrive:

    Perchè non andiamo in piazza?
    Non lo so Gatto, so solo che questa è anche colpa nostra. Una volta le battaglie sociali in piazza erano feroci, ma c’erano. Oggi chi scende a protestare? Molti meno di quanti dovrebbero o di quanti sono toccati da un diritto che interessa tutti.

    Forse nonostante tutta questa “socialità” proveniente dall’evoluzione del Web non ha risolto il problema di organizzarci, ne di partecipare in gruppo fisicamente a qualcosa che è per un bene superiore.

    O forse, ancora peggio, sappiamo che lo scendere in piazza non porterebbe a nulla, perchè chi dovrebbe fare la politica sono sempre le stesse persone che la facevano 30 anni fa, ragionando come 30 anni fa.

    This is Italy. Dove ci sono tante piccole eccellenze da citare nelle case history, ma un paese complessivamente in ginocchio. Mi domando se la soluzione sia davvero mettersi in proprio.

  • Gatto Nero scrive:

    Scusate la domanda stupida. Noi poveri froci abbiamo provato a organizzare un evento a Milano, ed eravamo un paio di migliaia.
    Perché non c’è uno che prova a organizzare (bene) un evento nazionale, via Facebook e altro, per vedere l’effetto che fa?

  • Urbano Persichetti scrive:

    Chi ha scritto questi dati si è informato o ha buttato numeri a caso?
    Sa per caso che i notai figli di notai sono meno del 18%?
    Mi sembra molto lontano dal 50% di cui si parla.
    E il restante 82%?
    Forse c’è da superare un concorso difficilissimo anche per i figli di notaio?
    E forse è per questo che può scrivere chiunque, perchè non c’è da superare nessun concorso per scrivere cose inesatte dove si vuole.

  • sonounprecario scrive:

    @Urbano Persichetti
    Leggi qua: http://www.corriere.it/economia/09_ottobre_07/ascensore_sociale_bloccato_focus_lorenzo_salvia_f1d53478-b30c-11de-b362-00144f02aabc.shtml
    Cioé: «Oggi non è più così. E non soltanto perché il 44 per cento degli architetti è figlio di architetto, il 42 per cento di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai, il 40 per cento dei farmacisti è figlio di farmacisti.»

    Poi leggi qua: http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=9455024

    Per farti capire la lettura statistica e come vadano letti questi dati, leggi qua: http://imbrogli.splinder.com/post/21601935/Il+notaio+e+le+statistiche

    Non so se conosci in modo approfondito o hai mai dato esami di statistica, ma ai figli di notai visto il numero dell’universo dei notai, viene probabilmente dato un “peso maggiore” (per poter fare il confronto con le altre categorie). Considerando quindi il numero di professionisti e mettendo a confronto le singole professioni, tra i notai l’accesso alla professione per i figli è più favorito.

    Intanto aspettiamo la fonte dei tuoi dati. Che forse sia il Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato che tenta di modificare l’opinione pubblica che percepisce i notai come una casta? ;-)

    Alesstar
    È vero, oggi anche i figli mantengono i genitori. È uno di quei casi dove la logica vale ancora meno. Tu fai bene a rifiutare chi non ti vuole pagare e via dicendo, ma sarebbe bene che lo facessero tutti quanti. E così non è, perché ci fa comodo. Io mi sto attivando per emigrare e spero di riuscirci presto. Per ora però non dico niente: sono scaramantico… :P

    @xlthlx
    “In generale, non si sopravvive se non con la famiglia allargata, e questo è spaventoso, soprattutto in considerazione del fatto che se viene a mancare un elemento della famiglia così fatta crolla l’intera famiglia.”
    Ecco, qui hai centrato il punto critico. Senza famigliona sono cazzi. Il problema è che risulta molto difficile anche per un giovane, visti gli stipendi.
    …E presto spero di ascoltare il tuo consiglio… :D

    @Gatto e Andrea
    Secondo me tutta questa socialità è un po’ fuffa, nel senso che alla fine è reale ma non si tocca. Mi spiego: siamo raggiungibili, tracciabili e smobilitabili, ma sulla nostra comoda sedia. Il passo successivo è sempre quello che ci frega: andarsene di casa, andare all’estero, incazzarsi.
    Facciamo che ci incazziamo e scendiamo in piazza, diritto che praticamente ci hanno tolto. Cosa otteniamo? Qualche articolo su testate o blog on line? In Italia se la tv ti ignora non esisti; peggio se ti tacciano come “giovane appartenente a… (inserisci parola a piacere tra centri sociali, comunisti, ecc.)”. Gli studenti stanno protestando da mesi, ma qualcuno ha spiegato perché stanno protestando? Cosa comportano i tagli? No, al massimo si beccano manganellate.

    Quindi protestiamo, muoviamoci, male non fa di certo. È comunque una prsa di coscienza. Ma siamo una minoranza assoluta. Il paese è vecchio e l’interesse comune è tutelare i gerontocratici diritti dei vecchi, cioé di gente che tra qualche anno sarà morta.
    Come l’Italia.

  • mauro scrive:

    Mi trovi totalmente d’accordo sul discorsi degli “stage a zero”

    Io stesso sto cercando di convincere le persone che frequento che non ha nessun senso lavorare gratis o a due lire, anzi “pagare per lavorare” (come dico sempre) perchè al lavoro in qualche modo ci deve arrivare. Non ci sono solo i soldi in ballo, c’è la dignità, l’autostima, il rispetto per se stessi

    E ti dirò non con buoni risultati. La risposta tipo è “si hai ragione però poi mi hanno detto che……”
    mi hanno detto che mi tengono, mi hanno detto che sono in espansione, mi hanno detto che cresco professionalmente, mi hanno detto che fa curriculum

    Il problema sta proprio in questo. Spesso penso che siamo la generazione del “palo”. Siamo lì, fermi, guardiamo e aspettiamo che qualcosa succeda. Non lottiamo più per nulla, e se non lotti il mondo ti mangia vivo. Non mi riferisco qui a lotte di grandi principi, ma alle lotte quotidiane

    Un possibile esempio: faccio uno stage a zero, durata 6 mesi. ok faccio esperienza. dopo un mese però tiro le somme e chiedo (sarebbe meglio pretendo) che mi paghino. Cosa avrei da perdere? Nulla, avrei solo da guadagnarci. E se c’è qualcun altro in ufficio nelle stesse condizioni e ci mettiamo d’accordo in 2, in 3, in 5? Non dimentichiamoci che tutto ha un costo, anche la ricerca del personale, e quel costo è una parte del nostro valore economico che possiamo spendere in campo lavorativo.

    Nessuno ti regala niente e temo che questo concetto non sia molto chiaro ai giovani

    Una critica: cito
    “La logica purtroppo vuole che le aziende in difficoltà non si limitino a licenziare il peggiore, il meno valido o il meno produttivo. Piuttosto licenziano quello che costa meno, cioé l’ultimo arrivato. Indovinate chi è.”

    Penso che questo non sia vero. Le imprese licenziano chi possono licenziare. E’ una questione di diritti più che costi, perchè un precario costa meno di un fisso. E poi la crisi economica sta cambiando tutto: l’impresa dichiara la crisi, lascia a casa gli esuberi (di solito i più anziani, e quindi costosi), e se c’è un po’ di ripresa prende precari.
    E forse questo può essere un vantaggio: più precari in azienda, più possibilità di ottenere diritti e stipendi decenti

  • Urbano Persichetti scrive:

    Che tistezza quando un sito censura i messaggi.

    Caro “sonounprecario” i dati sono dati ufficiali. Evidentemente tu non hai nemmeno idea di cosa sia un notaio per questo ritieni che i dati siano inventati dal Consiglio Nazionale del Notariato.
    Magari approfondendo un poco le tue conoscenze e evitando di limitarti alla superficialità dei tuoi luoghi comuni scopriresti che il Notariato è insieme alla Magistatura (e per questa c’è qualche dubbio) una garanzia di legalità per tutti.

  • sonounprecario scrive:

    Urbano, non scrivere sciocchezze. Non ho mai censurato un commento, a meno di parolacce, insulti gratuiti al mondo o bestemmie. Semplicemente il tuo commento è finito nella coda di spam. Succede, si vive lo stesso.

    Come vedi, questo è stato pubblicato senza problemi e automaticamente. Bizze dei plug-in.

    Comunque sia, se ti fossi preso la briga di leggere tutto il mio commento e comprendere quello che ho detto, non avresti risposto con concetti che non c’entrano niente.

    Io non ho detto che non sono dati ufficiali – do you know “comprensione del testo”? – semplicemente ti ho fatto notare che i dati da te riportati, sono stati dichiarati dal presidente del consiglio nazionale del notariato (ti ho anche riportato diversi link di fonti, per farti capire). In più, ti ho spiegato la lettura del dato e per quale motivo sono segnalate queste percentuali. Non è colpa mia se non comprendi elementi statistici o non leggi tutto quanto.

    Sui luoghi comuni non so che dirti, visto che sei l’unico a vederli. Che forse il tuo sia il solito ritornello ripetuto a chiunque la pensi in modo diverso da te?
    Non mi sembra un argomento solido, attaccarsi a luoghi comuni che non esistono in questo contesto.

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    • 17 November 2009 at 09:20 Alessandro
      Che poi "boomerang" presuppone anche che certe cose ci tornano indietro e le prendiamo...capito, no? :P
    • 17 November 2009 at 09:21 alesstar
      dipende dove le prendiamo, io c'ho un sospetto :P
    • 17 November 2009 at 09:24 alesstar
      (cmq " Se non ci fossero i genitori, cioé il vero ed unico ammortizzatore sociale italiano, noi simpatici giovanotti saremmo per strada" sta cosa è verissima e non viene mai mai mai mai sottolineata.)
    • 17 November 2009 at 09:28 Alessandro
      Da oggi non guarderai più con gli stessi occhi tuo padre, perché lo vedrai a forma di molla, lo so.
    • 17 November 2009 at 09:29 alesstar
      sto un pezzo avanti, lo vedo come i vecchi ammortizzatori della fiesta. che s'erano rotti e non ti dico come andava -_-"
    • 17 November 2009 at 09:31 Alessandro
      Ahahahah! Comunque fammi sapere cosa ti viene da pensare leggendo quei dati lì di cui ho parlato nel post. :-)
    • 17 November 2009 at 09:33 alesstar
      eh ale, lo sai, io son d'accordo con te, praticamente sempre -.-
    • 17 November 2009 at 11:05 Alessandro
      Brava e grazie, bel commento. Begli spunti, vi risponderò quando sarò a casa.
    • 17 November 2009 at 16:22 Michel Porpora
      quanto ti capisco! ti segnalo una vignetta eloquente
    • 18 November 2009 at 12:41 Alessandro
      Carina la vignetta. Il sarcasmo è una delle poche cose che ci rimane =)

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