Il marketing del crocifisso (prima parte): il cristianesimo è morto, ma i cristiani non lo sanno

novembre 30th, 2009 § 2

Per una volta sono d’accordo con Filippo Facci. A doverci dare delle spiegazioni sono coloro che vogliono mantenere l’obbligo (che formalmente non esiste) del crocifisso, e non viceversa. Anche perché partono da presupposti sbagliati e totalmente fuorvianti, chiamando in causa tradizioni che tali non sono. Al solito viene fatta una gran confusione che va ad annichilire tutto il resto.

Le origini. Il famigerato crocifisso fu di fatto reso obbligatorio nel momento in cui Mussolini (con Pio XI) dispose che quella cattolica era la religione dello Stato, quando cioè il concordato fornì una base giuridica al potere temporale. In realtà poi nel 1948 la Costituzione sancì l’uguaglianza delle religioni di fronte alla legge, fino alla nota revisione del Concordato nel 1984: da quel momento l’Italia sarebbe uno stato perfettamente laico, quindi ogni simbolo (“simbolo” non è il termine esatto nel caso della religione cattolica, ma ne parlerò più avanti) religioso dovrebbe avere i diritti di ogni altro.
Chiunque non sia acciecato da un integralismo bigotto o ottuso, converrà con me nell’affermare che in linea di massima l’obbligo del crocifisso presto o tardi sparirà, così come verrà eliminata l’ora di religione e il diritto (politico) delle chiese cattoliche di scampanare come altre non possono fare. In altre parole, prima del prossimo secolo e con un minimo di ottimismo, il diritto dovrebbe guidare il definitivo processo di laicizzazione dello Stato italiano, cosa che perlatro la Corte di Cassazione ha già spiegato il 15 dicembre 2004: non esiste nessuna legge che imponga la presenza dei crocifissi nei luoghi pubblici.

La sentenza non è una vittoria. La corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha parlato chiaro. E anche se ovviamente la sentenza non verrà applicata né tantomeno rispettata, è sintomatica. Vuoi appendere il crocifisso? Liberissimo di farlo, ma nella tua macchina e vicino all’arbre magique. In strada non ci sono crocifissi, perché devono esserci in un edificio pubblico? Perché fino all’altro ieri tutti ignoravano la presenza del crocifisso, che nelle scuole non c’è più da tempo (manca il materiale per fare lezione, soldi per pagare gli insegnanti o comprare la cartaigienica, figuriamoci per il crocifisso), ma oggi i politici parlano di tradizione, simbolo, sacrilegio? Che forse sia la solita tiritera propagandistica? Sì. Lo testimonia il fatto che a poche ora dalla sentenza della Corte Europea, Berlusconi si sia fatto fotografare con una enorme croce tra le mani, così tamarra che manco Fabrizio Corona riuscirebbe ad appendersela al collo.
Ma diciamo subito che nessuno vince per ora, perché la battaglia è ancora lunga. Altrimenti stabiliamo che io, musulmano/ebreo/induista, ecc…, appendo il mio simbolo. Ecco, sarebbe bello lasciare la libertà di scelta e non imporre nulla con la forza, come da sempre hanno fatto i cattolici. Mi duole così ricordare che se siamo diventati un paese schifoso lo dobbiamo anche ai cattolici. Per questo nel 2009 c’è ancora gente che parla di vietare l’aborto, per fare un esempio.

“Aspetta Alessà, ma ci sono problemi più gravi!”. Progredire vuol dire liberarsi dalle imposizioni che presuppongano l’esclusiva tutela di poche elite che possono così puntare solo sul proprio istinto di autoconservazione. Il problema però è che in Italia, secondo l’opinione pubblica *influente* (non la maggioranza quindi, quanto piuttosto chi ha la voce più forte), sussiste l’equazione italiano=cattolico, secondo la quale tutti gli italiani sono cattolici/credenti.
Ma non è così.
È semplicistico affermare che questo non sia un problema così fondamentale per il paese. La questione va posta nell’ottica del “passo” verso uno stato laico, più civile e di conseguenza libero. Sul piano giudiziario, la fame, il lavoro e quant’altro vengono sempre prima dei diritti, ma senza diritti (es: laicità) prima o poi arrivano a togliere anche tutto il resto. In altre parole, va bene la panza piena, ma non la testa vuota. Perché i simboli, con la totale identificazione in essi, hanno mutato profondamente la storia.
Quello che non passa come sempre è che il caos generato derivi esclusivamente dall’interesse verso il serbatoio di voti rappresentato dai cattolici. Perché così facendo il crocifisso verrà utilizzato e inchiodato nei programmi politici di pdl, lega e udc. Ci troviamo in un contesto nel quale nessuno vuole scoperchiare questo benedetto vaso crociato, spiegando che i cattolici sono una (potente) minoranza. Molti credenti (facciamo praticamente tutti) se ne sbattono dei precetti della chiesa (idem i politici promotori dei family day, che tra poco organizzeranno i puttan tour credo) e probabilmente sarebbero comunque d’accordo nel fare qualche passo verso una laicità o uno stato civile moderno in cui la chiesa non interferisca troppo con la nostra vita.

“Eh ma prova tu ad andare in un paese islamico a dire una cosa del genere!”. Questa è l’unica e nota obiezione che il leghista medio (quelli degli slogan inferiori alle 7-8 parole, che poi diventano complessi) o il forzitaliota geneticamente modificato riescono a ponderare. E la mia risposta è la seguente: scusate, noi dovremmo ambire ad essere una teocrazia musulmana rivisitata in chiave cattolica? A quanto pare sì.
Mi spiego. Secondo la maggior parte dei politici paraculi, la sentenza UE offenderebbe le nostre tradizioni. Ovviamente è una cazzata. Altrimenti, sì, reagiamo, visto che la croce (sempre secondo i più) è un “simbolo della nostra cultura”. Ma allora appendiamo in aula anche la pizza.
La scuola pubblica deve rappresentare lo Stato, che è e dovrebbe essere laico. In una scuola pubblica i cosiddetti “valori” storici, culturali o di qualsiasi altro genere non vanno estromessi, ma piuttosto diffusi e trasmessi criticamente, di certo non inchiodati o venerati.
Ma da oggi, guai a chi tocca Gesù a scuola. Il problema è che quando si parla di crocifisso, quindi del famoso non-simbolo, c’è anche dell’altro. Perché se proprio vogliono considerarlo tale, tenderei a ricordare che un simbolo si porta dietro tanti altri significati o letture, quali: il diritto alla morte negato, la fecondazione assistita o ostacolata, la ricerca scientifica bloccata, l’omofobia, la sessuofobia, i finanziamenti di stato, il crimen solicitationis, l’infallibilità del papa, la pedofilia, i soldi, le streghe, ecc. Tutti retaggi di un passato (o presente, in alcuni casi) che hanno fondamenta nelle scritture, nelle gerarchie ecclesiastiche e in un sistema di potere che rimanda ad una sola origine, divina e insindacabile. Che quindi non può e non deve stare in un edificio pubblico.

Perché il crocifisso non può essere un simbolo. Mettere un segno religioso in luoghi pubbblici, ergo dello Stato, cozza parecchio con la sua laicità: lo Stato non è e non deve essere un confessionale, di conseguenza non si dovrebbero apporre simboli confessionali, tutto qui.
Che piaccia o meno, il crocifisso è un simbolo esclusivamente religioso, e la storia dell’Italia non è la storia del cattolicesimo. E innegabile parlare delle nostre radici cattoliche, ma è anche forzato. Perché allora le radici le abbiamo anche più indietro. Greche, romane, arabe, illuministe, risorgimentali, liberiste, normanne, spagnole, fasciste, comuniste, e infine anche cattoliche. Ma questo cosa c’entra con il crocifisso nelle aule? Chiedetelo a Formigoni.
Il crocifisso non può e non fa parte della cultura laica, e dire che fa parte di quella italiana è una bella forzatura. In Palestina forse, non qui. Io per esempio non mi riconosco assolutamente nel crocifisso e nel cattolicesimo.
Ma veniamo al vero motivo per cui il crocifisso non debba stare nelle aule. Per prima cosa, perché «fuori da quelle aule non c’è nessun crocifisso. E non mi riferisco ai muri. Perché voi state cercando di appendere ad un muro qualcosa che non avete più dentro. Mi riferisco alle persone. Non ci sono i cattolici. Ed è per questo che quel pezzettino di legno non significa più nulla.»
Di colpo i cristiani si sono svegliati ricordandosi che vogliono quell’oggetto lì all’interno delle aule perché ritengono che quel pezzo di legno sia la loro religione. Ed ecco la prima incredibile caduta: i credenti del 2009 non sanno minimamente che solo attivando questo sciocco passaggio mentale sono dei meri idolatri. Il corollario di questo teorema è altrettanto evidente: non conoscete la differenza tra un simbolo ed un idolo. E se ve lo dice un povero ateo, siete davvero messi male.
Perché l’unica pura e nuda verità è che «il cristianesimo è morto. Per colpa vostra.» E andare al funerale in lacrime portando una croce non è di certo un alibi.

Cosa pensa la religione del vostro simbolo? Le domande da fare ad un cristiano o ad un politico per farlo cadere in palese contraddizione risultano molteplici e pateticamente elementari. Basterebbe chiedere loro cosa pensa la religione cristiana dei simboli o quale sia il vero ed unico simbolo del cristianesimo. Le risposte non le invento di certo io, ma stanno semplicemente nelle sacre scritture.
Qualsiasi parroco potrebbe ricordarvelo: la vostra religione, o se preferite il capo, spiega che un cristiano non dovrebbe riconoscersi in alcun segno, effige, vestito e via discorrendo; al contrario, si parla di riconoscersi nella fratellanza. L’amore fraterno è il simbolo del cristianesimo. Non il crocifisso, e nemmeno la politica. Non la tradizione, e nemmeno la cultura. Non la Lega, e nemmeno Casini.
Dovete riconoscervi comportandovi come fratelli, non attraverso un crocifisso appeso al muro. Ed ovviamente non lo fate, proprio perché non siete più cristiani e forse non lo siete mai stati. Perché Gesù – cioè colui che dovrebbe essere il vostro profeta – ha spiegato chiaramente che il cristianesimo che professava avreste dovuto sentirvelo addosso amandovi come fratelli.
Il crocifisso e la croce non sono un simbolo: se Cristo vi sentisse, probabilmente verrebbe giù dalla croce e vi farebbe il sedere a strisce. Forse ve lo siete dimenticati, ma lui si è fatto inchiodare mani e piedi non per rappresentare un simbolo o una tradizione, a meno che vi aspettiate che vi porti anche i regali o i dolcetti come la Befana (pagani!). Cristo in croce è realtà, è violenza, è sangue e sta lì a ricordarvi che 2000 anni fa i ribelli li punivano così, esposti al pubblico ludibrio, finché non sopraggiungeva la morte. Ma siete così stolti che non lo sapete.
Gesù in croce è razionalità, è morte e martirio. Ragionando per astrazione, secondo voi si è fatto inchiodare per diventare una bandiera da esporre? No, ovviamente. Impersonifica la crudeltà dell’uomo, ma siccome non siete più cristiani e il cristianesimo è morto, non lo sapete.

Tra i Farisei e il feticismo. Non so, sembra che i credenti cattolici italiani abbiano paura di dimenticarsi il loro credo se non hanno davanti agli occhi e sopra alla testa un crocifisso. Purtroppo la realtà è che questa storia ridicola esiste solo in Italia, perché nella maggioranza dei paesi europei (e mondiali) i luoghi pubblici non hanno nessuna croce appesa al muro e vivono benissimo, senza ostentare la loro religione. Fossimo davvero un popolo di credenti che seguono i dettami del cattolicesimo, capirei. E invece no, sappiamo benissimo che non è così; si tratta solo di un continuo sproloquiare con un fine preciso, utilitaristico e paradossale, perché poi ognuno in privato fa cose orribili (prostitute, pedofilia, trans, coca, ecc…).
In verità vi dico…che la laicità deve tradursi anche in laicità culturale, altrimenti dovremmo insegnare solo la storia d’Italia o escludere l’Asia o le Americhe dai programmi di geografia. Un laico (cioè una persona che non crede espressamente) non vede in un cadavere inchiodato su una croce di legno alcun valore culturale. Semmai storico. Però a quel punto dovremmo anche mettere sulle pareti Giovanna d’Arco, Garibaldi, Mazzini, Carlo Magno, Colombo, ecc…

A scuola o in aula non valgono le croci. Il tempo e la storia sono costruiti e fatti dal resto della società civile, quindi anche da una finlandese che – grazie! – spedisce una raccomandata a/r bella chiara: si crede in chiesa, a casa propria, per strada, nelle scuole cattoliche, ma non si mandano messaggi subliminali durante l’insegnamento nella scuola pubblica. C’è liberta di scelta, no?
Di fatto no, altrimenti noitutti non avremmo studiato religione a scuola, ma in chiesa. Che ci sia qualcosa che non torna? Sì, perché l’insegnamento della religione, tra le altre cose, non dovrebbe nemmeno essere “confessionale”, ma la cosa curiosa però è che gli insegnanti vengono scelti dalle curie. Chi di voi non ha avuto un prete come insegnante, alzi la mano.

Con formula dubitativa vorrei infine porre una domanda: perché – visto che secondo i più sarebbe un simbolo della cultura europea – il crocifisso deve stare appeso in italia ma non in Francia o Spagna?
Per una volta giochiamo alla maggioranza. La maggioranza degli europei non crede nelle radici cristiane dell’Europa e non vuole crocifissi appesi nelle scuole. Finita la partita. E io finalmente sono con la maggioranza.

Altrimenti in barba ai precetti della religione cristiana, stabiliamo che il crocifisso sia un simbolo culturale italiano. Come gli spaghetti. Però effettivamente gli spaghetti sono più difficili da appendere alla parete.
Questo va detto con decisione.

Italia, il nuovo paese dell'Est: [Ep. 4] Noi la Rivoluzione non l'abbiamo mica fatta

gennaio 8th, 2008 § 13

Ce l’ho fatta, sono tornato e sono ancora vivo. Ma posso sicuramente dire che questa seppur breve esperienza mi ha arricchito. E non così poco.
Parlo di un viaggio di lavoro fatto in macchina durato 23 ore e 50 minuti: sono stato a Praga, Repubblica Ceca. “Impossibile” – direte voi – fare un simile viaggio in macchina (2000 km su per giu in totale) e in un giorno; e invece sì, anche se sono davvero stanco e più rimbambito del solito. E dire che in più sono riuscito a visitare velocemente la città in macchina, a girarla un po’ a piedi e infine a mangiare qualche piatto tipico bevendomi la buonissima birra Pilsner.

Il viaggio della speranza. Partenza alle 3.30 di notte; si passa per la Svizzera, per la Germania e infine si arriva a Praga. Una cosa che noto subito dopo essere uscito dall’Italia è che nelle autostrade straniere non esistono buche o tratti che metterebbero a dura prova le sospensioni di un Hummer. Quasi mi sembrava di trovarmi in una pista, non potevo crederci. E in più (ok, in Svizzera bisogna comprare un adesivo da 30 euro da applicare al parabrezza) non ci sono caselli: in Germania, in Austria (per il ritorno) e in Repubblica Ceca l’autostrada non costa niente, il bentornato ce l’hai poi a casa appena dopo la frontiera. Tutto al contrario insomma.
Anche io ed il mio capo quindi ci siamo trasformati in perfetti stranieri, nel senso che abbiamo rispettato tutti i limiti presenti, esclusione fatta per i pezzi “no limits” presenti sulle strade della Germania, che sono una goduria quando guidi una A6 3000 TD full optional (è evidente che non è mia la macchina…). Il viaggio trascorre sereno, se non che dalla fine della Svizzera in poi ha cominciato a piovere a dirotto, come se ci davanti a noi ci fosse stato qualcuno che tirava continuamente secchiate d’acqua.

Dio salvi l’inventore dei navigatori satellitari. Con qualche difficoltà causata da tempo atmosferico e strade chiuse, giungiamo a destinazione, soste comprese, alle 13.30. Subito…ci incontriamo con chi dovevamo incontrare, cioé due trentenni a capo di un ufficio con un po’ di persone che hanno avuto una bella idea e l’hanno messa in pratica. Dopo le presentazioni e i discorsi lavorativi, spiegano che le cose vanno bene, che la loro piccola azienda cresce ogni anno, eccome. Collaborano con una grande azienda tedesca ed ora hanno clienti molto famosi; un nome su tutti, Motorola. “Chissenefrega” penserete. Invece no, questa premessa mi serve per andare avanti nel racconto.

Ore…d’aria diversa. Verso le 14.30 uno dei due ci accompagna per la breve visita a Praga, prima in macchina e, dopo il pranzo, a piedi. In macchina ci mostra orgoglioso Praga, che è davvero bellissima e non vedo l’ora di tornarci…sicuramente con più calma (non fate facili battute, dai). Si parla anche del più e del meno, del lavoro li, del lavoro qua, della Repubblica Ceca e dell’Italia; così io, che ho il cervello bacato da blogger, comincio ad indirizzare il discorso toccando certi tasti, che poi voglio scriverlo e raccontarlo a tutti.
Subito mi accorgo che la storia dei due in Italia difficilmente sarebbe possibile, se non con qualche “spintarella”. Ian (non so se si scrive così) dopo essersi laureato in sociologia, ed aver viaggiato negli Usa e in altre parti del mondo, ha cominciato a lavorare per una grande azienda. Dopo un po’ però si è accorto che non voleva lavorare per progettoni a lunga scadenza, senza mai sapere che cavolo davvero stava facendo, risultando forse un “numero un po’ alienato”, quindi ha deciso di fare da solo, insieme all’altro Ian (dev’essere l’equivalente del nome Mario in Italia a questo punto). Trent’anni, due figli e possibilità di credere in un progetto di lavoro, cose che qui sono praticamente impossibili (trovatemi innazitutto un trentenne con due figli a carico e poi giovani in proprio con dipendenti che non chiudono dopo una settimana, schiacciati da tasse infinite). Mi raccontava che è cambiato tutto da quando hanno fatto la rivoluzione nel 1989, una Rivoluzione pacifica (certo, altri tempi, come ora del resto). Prima infatti c’era il cosiddetto “Comunismo”, anche se tutti i praghesi con cui ho parlato si sono affrettati a spiegarmi che in realtà era una semplice dittatura, riportandomi l’esempio russo.
Neanche 20 anni sono passati, ma già la Repubblica Ceca ci ha praticamente preso: gli stipendi base a Praga sono l’equivalente dei nostri 1000 euro, in alcuni casi sono quindi migliori dei nostri, e le case costano in linea di massima come in tutte le grandi città; a differenza nostra probabilmente, cambierà il potere d’acquisto, qui crollato dopo l’arrivo dell’euro, grazie alla furbizia italiana. Certo, anche la pressione fiscale è totalmente differente: in linea di massima per un assunto a tempo indeterminato, se qui in Italia un’azienda arriva a pagare fino al 100% in più allo Stato sul tuo stipendio, la le tasse si attesteranno tra il 20% e il 30%. Capite come non sia più possibile andare avanti in questo modo se non con contratti a progetto o paghe da fame, questo devo ammetterlo amaramente.

Ma dell’Italia cosa sentite?. Non avessi mai fatto questa domanda, ma non ho saputo resistere. Volevo proprio vedere una volta di più se davvero siamo considerati una barzelletta: sì, effettivamente lo siamo. Troppo facile dire che la prima parola è stata “Berlusconi” (ridacchiando) seguita dalle sue varie malefatte, spiegandomi che anche li hanno avuto uno simile, seppur con minor influenza politico-mediatica, ma è stato trattato in diverso modo. Tra l’altro ha saputo dirmi anche alcuni motivi per cui è stato ed è indagato e ci sono rimasto. Moltissimi italiani non saprebbero rispondere. Poi mi ha raccontato tante altre cose per cui veniamo citati e siamo conosciuti: Bossi e gli show della Lega al Parlamento europeo e altri avvenimenti più o meno recenti che preferivo dimenticare ma che sono caratteristica unica nostra e che gli stranieri non possono comprendere, proprio perché…non sono italiani e certe cose non le possono concepire neanche minimamente. La tristezza mi ha quindi assalito, ma nello stesso tempo mi sentivo molto stimolato ed arricchito dal confronto con un’altra persona residente in un’altro paese europeo a tutti gli effetti. È stato molto interessante chiacchierare della società moderna in contesto europeo, in inglese. Insomma, mi sono sentito cittadino 2.0, evoluto e appunto europeo, per menarmela un po’. Però tutto, fuorché italiano; l’italianità l’avevo lasciata alla frontiera.

Il ritorno alla dura realtà. Certo, a Praga non ci sono solo persone che hanno studiato, che lavorano e bene o male stanno bene. Ci sono anche moltissimi poveri, ma credo siano poveri diversi dai nostri. Perché? Perchè a differenza di 20 anni fa loro hanno più speranze, più possibilità ed opportunità rispetto agli italiani. In Germania, Francia, Inghilterra, Spagna, ecc…la società si evolve, anche grazie a nuove leggi, a nuove riforme pensate in senso moderno, in linea con i cambiamenti. E malinconicamente qui avviene tutto il contrario; so bene che lo dico spesso ma diavolo, è proprio così.
Non è possibile nel 2008 discutere ancora inutilmente su aborto, dico, pacs, tasse, comunisti, rifiuti…cose vecchie che puzzano di stantio. Gli altri vanno avanti, noi no. E nelle rare volte che vado all’estero me ne rendo sempre più conto.
Ieri pensavo anche che la Rivoluzione noi non l’abbiamo mai fatta a differenza di moltissimi grandi paesi, europei e non. E secondo me, in certi casi, oltre ad essere necessaria potrebbe essere sinonimo di maturità da parte di un popolo; non dico questo perché amo la violenza, ma perché amo il mio paese e bisognerebbe mostrare un segno a tutti quanti, spiegare che il popolo è sovrano, non gli interessi dei politici. Sarò demagogico ma è vero, qui non funziona un cazzo di niente. Scusate la franchezza ma penso che tanti la vadano come me.
Per questo, l’ipotesi di fare le valigie è più che mai viva in me; abbiamo una sola vita e forse non vale più sprecarla per un paese come questo.

Gli Episodi precedenti:

Where Am I?

You are currently browsing entries tagged with religione at Blog a Progetto.